Roberto Benigni, dalla Valdichiana al Nove: la guerra ripudiata e le radici di una fede
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Redazione Cultura e Spettacolo
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“La guerra non va umanizzata ma abolita. Il mondo deve ripudiare la guerra per sempre”. Con queste parole, nette e senza appello, Roberto Benigni ha costruito il cuore del suo intervento a Che tempo che fa, trasformando il salotto di Fabio Fazio in una tribuna dalla quale invocare un principio universale. L’attore, muovendosi con la consueta verve tra il registro commosso e quello enfatico, ha indicato nell’articolo 11 della Costituzione italiana, quello che recita “L’Italia ripudia la guerra”, un modello da esportare in ogni carta fondamentale degli Stati, nominando esplicitamente Russia e America. Un monito che, pur nella sua declamazione teatrale, solleva questioni di assoluta attualità, soprattutto in un contesto internazionale dove nuovi e vecchi conflitti continuano a mietere vittime.
La reazione di Calenda e la polemica sul lessico
Alla visione espressa da Benigni, definita senza mezzi termini “una volgarità immensa” l’attività bellica e “volgari” le persone che la fanno, ha replicato quasi immediatamente Carlo Calenda. Il senatore e segretario di Azione, intervenendo attraverso il suo profilo ufficiale su X, ha giudicato “banale” il discorso dell’artista, sottolineando come la resistenza del popolo ucraino all’invasione non possa in alcun modo essere ricondotta a tale aggettivo. La risposta del politico, se da un lato ne contesta la generalizzazione, dall’altro evidenzia la difficoltà di tradurre in linguaggio politico-diplomatico un’istanza che nasce, invece, da un’urgenza etica e umanitaria profondamente sentita.
Le radici autobiografiche di una convinzione
La forza di quelle dichiarazioni, del resto, affonda le radici in un vissuto personale che Benigni ha rievocato con rara intensità durante la stessa trasmissione. Raccontando della sua infanzia in Valdichiana, a Castiglion Fiorentino, ha dipinto un quadro di povertà e devozione popolare, ricordando il ritorno del padre, Pietro, dalla prigionia in un lager. “Pesava quaranta chili”, ha spiegato, “entrò in casa e andò in coma”. Un’immagine di sofferenza fisica e psichica che si staglia, nella memoria familiare, accanto a quella della madre, Isolina, la quale, nella disperazione, portò in offerta tre anatroccoli a un’immagine della Madonna. Sono questi frammenti di storia intima, fatta di stenti e di una frame semplice e concreta, a fornire il sostrato emotivo al suo j’accuse contro ogni conflitto, rivelando come la sua posizione non sia un’astrazione ma scaturisca dalla carne viva della memoria.
Dalla blasfemia alla spiritualità: un percorso artistico
L’intervento, che si è dipanato per quasi tre quarti d’ora, ha anche offerto uno spaccato dell’evoluzione spirituale dell’artista, un tempo noto per le invettive blasfeme del personaggio di Cioni Mario. Oggi, di fronte al dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca, Benigni ne esalta la bellezza “talmente umana che sembra quasi atea”, in un ossimoro che sintetizza il suo personale cammino verso una religiosità più meditata. Quel racconto dell’infanzia, della fame, della devozione dei genitori, si intreccia così con la recente performance televisiva dedicata alla vita di San Pietro, dimostrando una coerenza di fondo in un percorso che dalla satira iconoclasta è approdato a una riflessione sulle radici e sui valori fondanti, tra i quali pone, con forza, il ripudio della guerra.




