Roberto Benigni a Che tempo che fa: "La guerra è una volgarità, va abolita non umanizzata"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   In una delle sue rare apparizioni televisive, Roberto Benigni ha portato sul tavolo di "Che tempo che fa" un monito che ha il sapore di un’urgenza antica e mai sopita. Ospite di Fabio Fazio nella puntata del 21 dicembre, l’artista toscano ha snocciolato, con la sua proverbiale veemenza, un ragionamento tagliente contro la guerra, rifiutando con forza ogni retorica che ne mitighi l’orrore. Benigni ha osservato come, persino nel linguaggio, si tenti di rendere più accettabile l’inaccettabile, citando il caso delle cosiddette “bombe intelligenti” o degli sforzi per rendere i conflitti “meno cruenti”. “Vogliono umanizzare la guerra”, ha affermato, “ma la guerra non va umanizzata, va abolita”. Una distinzione cruciale, quella tra umanizzazione e abolizione, che per l’attore e regista segna il confine tra una rassegnata accettazione e una radicale opposizione di principio.

Un appello alla Costituzione e alla ragione

Il fulcro della sua argomentazione, sviluppata in un dialogo serrato con Fazio, ha attinto a piene mani dall’articolo 11 della Costituzione italiana, del quale Benigni ha ricordato l’incipit: “L’Italia ripudia la guerra”. Quel “ripudia”, come ha sottolineato con passione, non è un verbo scelto a caso, ma esprime un rigetto totale, un diniego assoluto che dovrebbe, secondo lui, diventare patrimonio universale. “Il mondo dovrebbe ripudiare la guerra per sempre”, ha proseguito, immaginando un ideale in cui quella stessa frase risuoni nelle carte fondamentali di ogni nazione, dalla Russia agli Stati Uniti, ora guidati nuovamente da Donald Trump. Ha parlato di una “volgarità immensa”, definendo volgari le persone che la fanno, spostando il giudizio dal piano morale a quello, forse più spiazzante, dell’eleganza intellettuale e civile.

Le armi come reperti da museo

Il discorso di Benigni ha toccato anche il paradosso dell’ingegno umano, deviato dai suoi fini più alti. “Ci sono persone, dei geni, che fabbricano delle armi invece di essere impiegati per la nostra felicità”, ha osservato, ponendo l’accento su uno spreco di talento e risorse che appare, ai suoi occhi, assurdo. Quelle energie, quei “geni”, potrebbero risolvere problemi che affliggono l’umanità, ma vengono invece dirottati verso la creazione di strumenti di morte sempre più sofisticati. La sua proposta, icastica e simbolica, è di relegare ogni arma in un museo, esibirla come si fa con gli strumenti di tortura di epoche passate, trasformandola in un monito e in una reliquia di una barbarie che si spera superata. Un’idea che vuole essere un atto di sfida verso la normalizzazione dell’industria bellica.

Il peso delle parole contro la banalizzazione

L’intervento, che ha caratterizzato l’ultima puntata dell’anno del programma in onda su Nove e in streaming, si è distinto per il tono appassionato e per la ricerca di un lessico preciso, lontano da ogni ambiguità. Benigni ha evitato di addentrarsi in analisi geopolitiche contingenti, preferendo una condanna senza appello del concetto stesso di guerra. Ha rifiutato la categorizzazione del conflitto come “cosa malvagia”, preferendo l’aggettivo “volgare”, in un tentativo di spogliare la guerra di qualsiasi aura tragica o eroica per consegnarla alla sua nuda essenza di atto brutale e primitivo. Le sue parole, pur nella loro forza ideale, hanno sollevato questioni concrete sul destino delle risorse collettive e sul valore delle leggi fondamentali, invitando a una riflessione che va oltre la cronaca del giorno.

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