Benigni a Che tempo che fa: "La guerra è una volgarità, il mondo la ripudi per sempre"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Un Roberto Benigni intenso e riflessivo, lontano dai suoi trascorsi più scanzonati, ha portato nella cornice del salotto di Fabio Fazio a Che tempo che fa un monito potente e una personale, commossa rielaborazione del dramma bellico. L’attore, prendendo spunto dall’articolo 11 della Costituzione italiana, ha lanciato un appassionato j’accuse contro ogni conflitto, sottolineando come la guerra non debba essere considerata un male necessario o, peggio, un evento da “umanizzare”, ma piuttosto una pratica da abolire radicalmente. “La guerra non va umanizzata ma abolita”, ha dichiarato con fermezza, aggiungendo che essa rappresenta una “volgarità immensa” e che coloro che la fanno sono, per l’appunto, “volgari”. Il suo ragionamento, articolato in frasi complesse ricche di subordinate, ha toccato il paradosso dell’ingegno umano, di quei “geni” che invece di essere impiegati per la felicità comune progettano strumenti di morte sempre più sofisticati, come le cosiddette bombe intelligenti.

L’invito universale al ripudio e il peso della memoria

Il principio fondativo del nostro Paese, quello per cui “l’Italia ripudia la guerra”, dovrebbe, secondo l’artista, diventare un pilastro globale, adottato da tutte le nazioni: “la Russia ripudia la guerra, l’America ripudia la guerra…”. Un’idea che travalica i confini e le attuali contingenze per proporsi come un imperativo categorico e universale. Alle sue spalle, a dare un peso esistenziale e non solo filosofico a quelle parole, c’è il racconto di un’esperienza familiare diretta, quella del padre reduce. Un ricordo personale e lacerante, narrato senza retorica ma con la concretezza di chi ha visto le conseguenze della storia sulla pelle dei propri cari. Benigni ha rievocato l’immagine del genitore, tornato a casa dopo il conflitto mondiale in condizioni fisiche disperate, pesante appena quaranta chili, per cadere immediatamente in uno stato comatoso.

La devozione popolare come risposta al dolore

In quel frangente di smarrimento e sofferenza, emerse la fede semplice e tenace della madre, Isolina, che, nell’estremo tentativo di cercare una grazia, portò in offerta tre anatroccoli ai piedi di un’immagine della Madonna. Questo episodio, che l’attore ha raccontato quasi come una parabola della dignità e della speranza della “povera gente”, getta una luce sulla sua stessa evoluzione umana e spirituale, dai tempi delle battute irriverenti al recente successo televisivo dedicato alla figura di San Pietro. Quella devozione popolare, fatta di gesti tangibili e di una fiducia assoluta, rappresenta l’altra faccia della medaglia rispetto alla “volgarità” della guerra: è la risposta umana, forse disarmata ma tenace, al male e alla disperazione.

Le armi come reperti da museo

Il suo discorso, del resto, non si è limitato alla condanna ma ha proposto anche una visione alternativa del futuro, seppur utopistica. Per Benigni gli arsenali che oggi seminano distruzione dovrebbero essere relegati in un museo, esposti come si fa con gli strumenti di tortura di epoche passate, a monito per le generazioni future e come prova di una civiltà superata. Il concetto stesso di “bomba intelligente” o meno cruenta gli appare come un ossimoro e una pericolosa deresponsabilizzazione, perché qualsiasi tentativo di rendere più “accettabile” lo sterminio ne tradisce la natura intrinsecamente aberrante. La sua argomentazione, fluida e ricca di sfumature, utilizza pronomi partitivi e costruzioni incidentali per scavare nel significato profondo delle parole della Carta costituzionale, trasformando un principio giuridico in un appello alla coscienza collettiva, senza concessioni a facili ottimismi ma con la forza di chi ha alle spalle il peso della storia, sia quella pubblica che quella privata.

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