“Sta succedendo qualcosa di grande sull’Ai”, il post virale che paragona l’impatto dell’intelligenza artificiale alla pandemia e che sta facendo discutere la Silicon Valley

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C’è un passaggio, nel lungo post social che nei giorni scorsi ha guadagnato oltre 60 milioni di visualizzazioni, che ha colpito più delle cifre e delle previsioni: «Something big is happening». È l’incipit di un intervento sull’intelligenza artificiale firmato da Matt Shumer, statunitense fondatore e amministratore delegato di HyperWrite, la società specializzata in applicazioni di AI generativa per la produttività individuale. Il suo ragionamento, sviluppato in migliaia di caratteri e pubblicato sulla piattaforma X, parte da un paragone storico che non è passato inosservato: il momento attuale, per Shumer, somiglia in modo inquietante ai primi mesi del 2020, quando il mondo si trovava sull’orlo di una trasformazione radicale dovuta alla diffusione del Covid-19 senza averne ancora piena consapevolezza. Solo che questa volta, sostiene l’imprenditore, la posta in gioco potrebbe essere persino più alta -1.

Il racconto di chi vive sulla propria pelle la rivoluzione

Shumer, che ha alle spalle sei anni di esperienza nella creazione di startup legate all’intelligenza artificiale, scrive di aver smesso di usare la versione “da cocktail party” con i propri cari, quella rassicurante e addomesticata, perché il divario tra ciò che si dice pubblicamente e ciò che sta effettivamente accadendo nei laboratori e negli uffici delle aziende tech è diventato incolmabile. Racconta di non essere più necessario, ormai, per il lavoro tecnico vero e proprio: descrive in inglese semplice ciò che vuole vedere realizzato, si allontana dal computer per quattro ore, e al ritorno trova il compito svolto, completo, finito e fatto meglio di quanto avrebbe potuto fare lui in prima persona. Porta un esempio concreto, quasi didascalico, per spiegare la portata del cambiamento: chiede all’intelligenza artificiale di sviluppare un’applicazione, specificando cosa deve fare e come deve apparire, e la macchina non solo scrive decine di migliaia di righe di codice, ma apre da sola l’app, clicca sui pulsanti, testa le funzionalità, e se qualcosa non la convince torna indietro e lo modifica in autonomia, iterando finché non è soddisfatta del risultato. Solo a quel punto torna dall’umano e dice: “È pronta per essere testata”. E quando Shumer la prova, di solito, è perfetta -1-10.

Il dibattito tra esperti e scettici

L’intervento, come prevedibile, ha diviso la comunità tecnologica e accademica. C’è chi, come Alexis Ohanian, fondatore di Reddit, si è limitato a un secco “Grande scritto. Fortemente d’accordo”. E chi, come David Haber, general partner del fondo Andreessen Horowitz, ha sottolineato la parte del post in cui si spiega che chi userà l’AI per fare in un’ora analisi che richiedevano tre giorni diventerà la persona più preziosa nella stanza, e che questo non è un fenomeno futuro ma una realtà attuale -4. Altri, come Eric Markowitz della società d’investimento Nightview Capital, hanno risposto con un saggio altrettanto lungo, criticando quella che definisce una “bolla di short-termismo” tra Wall Street e la Silicon Valley, dove si è finiti per confondere l’efficienza con lo scopo e l’eliminazione delle persone con il progresso. Markowitz porta l’esempio dei suoi due assistenti di ricerca: potrebbe sostituirli con l’intelligenza artificiale, certo, ma il loro valore va oltre l’output settimanale, perché danno significato al suo lavoro e portano scoperte che lui da solo non avrebbe mai fatto -4-7.

La posizione di chi invita alla cautela

Dall’altra parte della barricata si schierano figure come Gary Marcus, professore emerito di psicologia e scienze neurali alla New YorkYork University, che non usa mezzi termini: definisce il post di Shumer “hype armato”, pieno di narrazione vivida e discorsi da marketing, privo di dati concreti a supporto dell’idea che gli attuali modelli siano in grado di scrivere applicazioni complesse senza errori. La sua è una critica radicale alla unilateralità del racconto, che omette secondo lui tutte le preoccupazioni ampiamente espresse altrove sull’accuratezza e sui reali guadagni di produttività forniti dagli strumenti di AI -4. Vishal Misra, vice preside per il settore computing e intelligenza artificiale alla Columbia University, adotta una prospettiva più storica: ricorda come all’invenzione della macchina fotografica i ritrattisti avessero tutte le ragioni per farsi prendere dal panico, e invece non sparirono affatto. Furono liberati dall’obbligo di riprodurre fedelmente la realtà e si avventurarono nell’impressionismo, nel cubismo, nell’espressionismo astratto. La macchina fotografica non uccise la pittura, la liberò -4-7.

I numeri e le reazioni del mercato

Nel frattempo, i mercati sembrano aver recepito il messaggio, o almeno la percezione di un cambiamento epocale. Shumer stesso nota, nel suo scritto, che il solo mese di febbraio ha visto bruciare un trilione di dollari di valore nel settore del software, un segnale che qualcosa si sta muovendo ben oltre le chiacchiere da bar. La tesi centrale, quella che più ha fatto discutere, è che l’esperienza vissuta dai lavoratori tech nell’ultimo anno – guardare l’intelligenza artificiale passare da “strumento utile” a “collega che fa il mio lavoro meglio di me” – sarà presto l’esperienza di tutti gli altri: avvocati, commercialisti, medici, consulenti, scrittori, designer, analisti, addetti al customer service. Non tra dieci anni, ma in un arco compreso tra uno e cinque anni, secondo chi questi sistemi li costruisce. E qualcuno scommette anche prima -1-10.

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