Bianca Balti e il lutto per la vita di prima: la modella a Sanremo e il racconto del tumore ovarico
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un passaggio, nelle parole che Bianca Balti ha scelto di condividere alla vigilia della sua apparizione sul palco del Teatro Ariston, che restituisce la complessità di un percorso che non si esaurisce con la fine delle cure. “L’ultimo anno è stato il più duro”, ha confessato la modella in conferenza stampa, introducendo un concetto che va oltre la mera cronaca medica: quello del lutto per la propria vita precedente, per quella versione di sé che la malattia ha cancellato e che non farà più ritorno. Un’ammissione che arriva a distanza di mesi dalla diagnosi di tumore ovarico al terzo stadio, avvenuta nel settembre del 2024, e che getta una luce diversa sulla sua partecipazione al Festival di quest’anno, dove affianca Carlo Conti e Laura Pausini nella serata dedicata alle cover.
La storia clinica di Bianca Balti affonda le sue radici in una consapevolezza genetica maturata anni addietro: nell’estate del 2021, la scoperta di essere portatrice della mutazione BRCA1, un’alterazione che espone a un rischio significativamente più elevato di sviluppare tumori al seno e alle ovaie, l’aveva portata a compiere scelte radicali. A dicembre del 2022, la top model si era sottoposta a una mastectomia bilaterale profilattica, l’asportazione di entrambi i seni, un intervento drastico ma mirato a scongiurare il pericolo di un cancro al seno. Aveva programmato, in seguito, di rimuovere anche le ovaie, ma il desiderio di vivere un’altra gravidanza l’aveva indotta a congelare gli ovuli e a posticipare l’intervento. Due anni più tardi, tuttavia, la malattia si è manifestata ugualmente, localizzandosi proprio in quegli organi che avrebbe voluto preservare.
Il tumore ovarico, scoperto a seguito di forti dolori addominali, si presentava già in uno stadio avanzato, il terzo, richiedendo un immediato e complesso intervento di citoriduzione che ha coinvolto diversi organi del basso ventre, seguito da un ciclo di chemioterapia iniziato nell’ottobre del 2024. La presenza della mutazione BRCA1 ha poi indirizzato la terapia anche verso l’impiego di inibitori PARP, farmaci mirati che agiscono sui meccanismi di riparazione del DNA delle cellule tumorali, rivelandosi particolarmente efficaci in questi specifici contesti genetici. A gennaio del 2025, la fine del percorso chemioterapico ha segnato l’inizio di una nuova fase, quella in cui, come ha spiegato la stessa Balti, si è trovata a dover fare i conti con una trasformazione interiore che il semplice ritorno alla “normalità” non poteva sanare. “Quando vedono che ti ricrescono i capelli pensano ‘adesso stai bene’, e invece inizia il periodo più tosto”, ha dichiarato, sottolineando lo scarto tra la percezione esterna della guarigione e la complessa realtà emotiva che il paziente oncologico si trova ad affrontare.
Ritornare a Sanremo, a un anno di distanza da quella prima conduzione avvenuta a febbraio del 2025, quando era ancora nel pieno delle cure e apparve sul palco con il capo coperto da un foulard, assume quindi il significato di una testimonianza che non vuole essere solo un messaggio di resilienza, ma anche un racconto più sfumato e autentico della fragilità umana. La donna che questa sera sfoggerà abiti firmati Valentino e gioielli Bulgari, che incarna l’immagine patinata di uno dei volti più noti della moda internazionale, è la stessa che ha dovuto “elaborare il lutto di quella donna che ero e che non ci sarà mai più”. Un’affermazione che, lungi dal cedere a facili sentimentalismi, fotografa con precisione la realtà di chi, dopo aver convissuto con la malattia, deve imparare a riconoscersi in uno specchio che riflette inevitabilmente un’immagine diversa, segnata da un’esperienza che ha ridefinito priorità e prospettive. Non c’è trionfalismo, dunque, nella sua presenza all’Ariston, ma piuttosto la volontà di portare all’attenzione del grande pubblico un tema delicato come quello della prevenzione e delle conseguenze psicologiche che seguono la fase acuta della malattia.
La diagnosi tardiva e il peso di una mutazione genetica
L’insidiosità del tumore ovarico risiede proprio nella sua capacità di rimanere silente o di manifestarsi con sintomi aspecifici, come gonfiore addominale o disturbi intestinali, che spesso portano a una diagnosi tardiva, quando la malattia ha già avuto modo di diffondersi. Nel caso di Bianca Balti, l’intervento d’urgenza a cui è stata sottoposta nel settembre 2024 è stato il primo atto di un percorso terapeutico complesso, che ha dovuto fare i conti con una predisposizione genetica nota. La mutazione BRCA1, accertata attraverso test genetici specifici, non rappresenta di per sé una malattia, ma una condizione di fragilità ereditaria che impone un monitoraggio costante e, talvolta, la necessità di valutare interventi chirurgici profilattici come quelli a cui la modella si era già sottoposta in passato. La scelta di condividere pubblicamente questi passaggi, di mostrare senza filtri il percorso di cure, dalle foto della prima chemio al taglio dei capelli, risponde a un’esigenza che trascende la semplice confessione personale: si tratta di un atto di consapevolezza volto a informare e, forse, a mettere in guardia altre donne sull’importanza della prevenzione e della conoscenza della propria storia familiare.
Le cicatrici invisibili dopo la fine delle terapie
Se l’intervento chirurgico e la chemioterapia rappresentano la battaglia visibile contro il cancro, la fase successiva è spesso quella più insidiosa e meno raccontata. Bianca Balti lo ha espresso con parole nette parlando del “periodo più tosto” che inizia quando i segni fisici della malattia, come la caduta dei capelli, iniziano a scomparire e ci si aspetterebbe un ritorno alla vita di prima. La sua riflessione sul lutto per la “Bianca spensierata e leggera” che non esiste più tocca un nervo scoperto dell’esperienza oncologica: la necessità di ricostruire un’identità che non può più ignorare quanto accaduto. È un processo di adattamento che richiede tempo e che spesso si svolge lontano dai riflettori, nel privato delle proprie emozioni e delle relazioni familiari, con le figlie e i propri cari. La sua presenza a Sanremo, in questo senso, funge da cassa di risonanza per un’esperienza universale, dimostrando che la guarigione non è un punto di arrivo lineare, ma un percorso accidentato fatto di accettazione e di graduale ridefinizione di sé.
Dalla prevenzione alla cronaca di una rinascita pubblica
La ribalta del Festival offre a Bianca Balti l’occasione per ricollegare i fili di una narrazione personale iniziata molto prima della diagnosi, fatta di successi professionali e di difficoltà esistenziali, come le dipendenze giovanili e le violenze subite in passato. La malattia si inserisce in questo percorso come un ulteriore capitolo, doloroso ma affrontato con la stessa determinazione che l’ha sempre contraddistinta. Il fatto che oggi possa trovarsi sullo stesso palco, non solo come sopravvissuta ma come donna che ha “sbloccato il potenziale della nuova me”, rappresenta una testimonianza di come la fragilità possa trasformarsi in una differente forma di forza. Senza retorica, la sua cronaca pubblica, scandita da aggiornamenti social e apparizioni televisive, diventa un tassello di un discorso più ampio che riguarda il diritto alla salute, l’accesso alle cure e la necessità di superare lo stigma che ancora avvolge il mondo dell’oncologia.




