Bianca Balti a Sanremo e il tumore ovarico: il racconto del “lutto” dopo le cure e la nuova normalità
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando nel settembre del 2024 i medici del pronto soccorso di Burbank le comunicarono che quel dolore addominale, quella sensazione di malessere che l’aveva spinta a varcare la soglia dell’ospedale, non era una banale infiammazione ma un carcinoma ovarico già al terzo stadio, Bianca Balti pensò di trovarsi di fronte a una condanna a morte -5. La modella, che nel 2022 aveva già affrontato una doppia mastectomia bilaterale a scopo preventivo dopo essersi scoperta portatrice della mutazione genetica BRCA1, aveva rimandato l’asportazione delle ovaie, legata com’era al desiderio di poter avere un altro figlio, una scelta che lei stessa ha definito complessa perché tocca corde profonde dell’identità e della percezione di sé, quella paura di sentirsi “meno donna” che molte pazienti conoscono bene -3-4. E così il cancro, come a volte accade nonostante i protocolli e le prevenzioni, è stato più veloce. L’intervento di citoriduzione a cui è stata sottoposta – e che le ha lasciato una cicatrice che “spezza il Corpo in due” – è stato solo l’inizio di un percorso che l’ha portata, due settimane dopo l’ultima seduta di chemioterapia, a salire sul palco dell’Ariston nel 2025 con la testa rasata e la determinazione di chi vuole urlare al mondo di esserci, nonostante tutto -3-6.
A distanza di un anno esatto da quella apparizione, e con la malattia che oggi è ufficialmente in remissione, Bianca Balti torna al Festival di Sanremo 2026, questa volta per co-condurre la quarta serata al fianco di Carlo Conti e Laura Pausini, ma lo fa con una consapevolezza radicalmente diversa, più amara forse, ma certamente più profonda -2-7. Perché se lo scorso anno la priorità era dimostrare di essere viva, di poter sfilare con abiti di cristallo e sorridere nonostante i segni lasciati sul dalla malattia, oggi il racconto si è spostato su un piano più intimo e sfumato, quello che gli oncologi definiscono la fase del “lutto” e della ricerca di una nuova normalità. “L’ultimo anno è stato il più duro della mia vita”, ha dichiarato la modella in conferenza stampa, “dopo la fine della chemioterapia ho dovuto elaborare il lutto di quella donna che ero e che non ci sarà mai più, quella spensierata che non aveva paura di una recidiva, quella che non aveva una cicatrice che spezza il corpo in due” -3. E qui sta il passaggio forse meno compreso dall’esterno, quel paradosso per cui quando i capelli ricrescono e il viso non è più segnato dalla stanchezza delle infusioni, gli altri pensano che tutto sia tornato come prima, mentre in realtà proprio allora inizia il periodo più complesso, quello in cui bisogna fare i conti con la paura che la malattia possa ripresentarsi e con la fatica di ricostruire un’identità che quella frattura l’ha attraversata davvero -8.
La mutazione genetica e la scelta della prevenzione
La storia clinica di Bianca Balti, d’altronde, affonda le sue radici in una scoperta avvenuta nell’estate del 2021, quando un controllo di routine e la ricostruzione della sua storia familiare – una zia morta a 39 anni per un tumore al seno metastatico, la madre colpita da mieloma – le rivelarono di essere portatrice della mutazione BRCA1, la stessa resa celebre dalla scelta chirurgica di Angelina Jolie e che aumenta esponenzialmente il rischio di sviluppare tumori al seno e alle ovaie, con percentuali che per il cancro ovarico possono superare il quaranta per cento nel corso della vita -1-9. Di fronte a questa consapevolezza, la decisione di sottoporsi alla doppia mastectomia preventiva arrivò quasi naturale, una via per proteggersi da un destino che sembrava scritto, ma la scelta di lasciare le ovaie – congelando gli ovuli nella speranza di una futura gravidanza – fu più complessa e carica di ambivalenze -3-4. “Non avevo tolto le ovaie perché desideravo ancora diventare mamma”, ha raccontato, “molte persone mi hanno chiesto perché non lo avessi fatto quando ho scoperto la mutazione, ma bisogna essere più gentili con le donne che affrontano queste decisioni, perché rimuoverle non è facile, odiavo avere il ciclo ma oggi darei qualsiasi cosa per riavere quei crampi” -3. Una riflessione che restituisce la complessità di scelte che non sono mai solo mediche, ma che intrecciano desiderio, identità e paura, e che oggi, con il senno di poi, la stessa Balti ha ammesso avrebbe probabilmente fatto diversamente -4.
La remissione e la paura che non passa
E veniamo così alla fase attuale, quella della remissione, che pure non ha il sapore di un lieto fine classico perché la paura della recidiva, quella sensazione di avere il nemico “all’angolo ad aspettarti”, come dice lei, non abbandona mai del tutto chi ha incrociato il cancro da vicino -3. In questo anno, Balti ha stretto amicizie con altre donne malate che nel frattempo non ci sono più, e questo ha reso ancora più nitida la consapevolezza che la guarigione non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma un processo instabile e continuo, un esercizio quotidiano di convivenza con l’incertezza. “Quando vedono che ti ricrescono i capelli pensano ‘adesso stai bene’, e invece inizia il periodo più difficile”, ha spiegato, “quello in cui devi elaborare il lutto di una spensieratezza che non tornerà mai più” -7. Gli oncologi che l’hanno seguita, e che in questi giorni ne hanno commentato le parole, sottolineano proprio questo aspetto: la fine delle cure non coincide con la fine della malattia dal punto di vista psicologico, e la testimonianza pubblica della modella aiuta a portare alla luce una fase del percorso che troppo spesso rimane invisibile, quella in cui diminuisce il monitoraggio stretto e ci si trova soli a fare i conti con i cambiamenti rei e con la necessità di ridefinire la propria identità, lontani dai riflettori e dalle urgenze delle terapie -8.
L’impegno pubblico e la solidarietà femminile
Oggi, a 42 anni compiuti da pochi giorni, Bianca Balti sale sul palco dell’Ariston con una postura diversa, quella di chi non deve più dimostrare di essere forte a tutti i costi, ma può permettersi di raccontare anche la fragilità e la fatica di quel “lutto” che ha attraversato. E lo fa portando con sé, idealmente, la memoria delle donne che in quest’anno non ce l’hanno fatta e la solidarietà di quelle che, come lei, ogni giorno cercano di non farsi sovrastare dalla paura -3. Del resto, il suo impegno pubblico in questo senso non si ferma al palco sanremese: dall’estate scorsa è diventata testimonial della campagna “Ovaries. Talk about them”, che sostiene la ricerca per lo sviluppo di un test di diagnosi precoce del tumore ovarico basato sul Dna, uno strumento che potrebbe trasformare questo “killer silenzioso” in una malattia intercettabile per tempo, cambiando radicalmente la prognosi per molte donne -5-10. Un impegno che nasce dall’esperienza diretta e che cerca di trasformare il dolore in qualcosa di utile, perché se è vero che la donna spensierata di prima non tornerà mai più, forse quella che viene dopo, con le sue cicatrici e le sue paure, può almeno contribuire a rendere il percorso meno solitario per chi verrà dopo.




