La supercella su Verona e il senso di una normalità violenta
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Redazione Interno
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Un muro nero, improvviso, ha divorato il cielo sopra la città scaligera mentre le raffiche di vento, toccando i 110 chilometri orari, sradicavano un centinaio di alberi e rovesciavano scooter come fossero giocattoli. Lunedì sera, una supercella – ovvero quella che i meteorologi definiscono come una struttura temporalesca organizzata e rotante, la più violenta che si possa formare – si è abbattuta su Verona lasciandosi alle spalle un paesaggio di devastazione che va da Borgo Trento fino a piazza Erbe, passando per via IV Novembre e Lungadige Sammicheli. E se la quiete successiva alla furia ha portato con sé la conta dei danni (con almeno 55 interventi dei vigili del fuoco solo nelle prime ore notturne, per un totale di circa 400 chiamate alla sala operativa), è l’interpretazione del fenomeno a fornire lo spunto più inquietante.
L’analisi di Mercalli: «Troppa energia, ci dovremo abituare»
Il climatologo Luca Mercalli, interpellato a caldo sull’accaduto, non usa giri di parole nel definire la natura di questi eventi, spiegando che il contrasto termico – tra l’aria bollente che risale dal Mediterraneo e quelle sacche di freddo residuo in quota – sta diventando una miscela esplosiva sempre più abituale. I temporali, sostiene l’esperto, ci sono sempre stati nella geografia padana, ma la loro intensità attuale è figlia di un’atmosfera che accumula energia come una molla troppo carica; ed è proprio questo surplus energetico a rendere fenomeni come la tromba d’aria (o la supercella) non più delle eccezioni terrificanti, ma dei rischi strutturali con cui fare i conti. Nessuna statistica può ancora certificare un aumento numerico netto di questi vortici, ammette Mercalli, ma la forza distruttrice di ognuno di essi sembra crescere insieme alla temperatura del mare: più calore, più vapore, più violenza.
Cronaca di un lunedì di fuoco: 400 chiamate e dieci squadre in campo
Mentre la bufera sferzava la città – con grandine che si abbatteva su auto e tetti, e raffiche che piegavano i platani secolari – la macchina dei soccorsi si è messa in moto in sincronia perfetta: i vigili del fuoco hanno operato con dieci squadre (due delle quali arrivate dai comandi di Vicenza e Rovigo) mobilitando circa ottanta addetti che hanno lavorato tutta la notte per liberare le arterie principali. Il bilancio parla di una cinquantina di vetture danneggiate e di un centinaio di alberi crollati, un numero che ha costretto il Comune a disporre la chiusura di tutti i parchi cittadini per le verifiche di sicurezza, mentre il personale dell’area Verde cercava di ripristinare la situazione tra cassonetti spazzati via e detriti sparsi. Tra le zone più colpite, la Zai (zona industriale) ha visto lo scoperchiamento di alcuni capannoni, mentre nel centro storico le raffiche hanno scomposto i plateatici e divelto alcuni cornicioni.
Il salvataggio del gatto: una nota lieve tra le macerie dell’Adige
Eppure, in mezzo a questo scenario da bollettino di guerra, è accaduto un piccolo miracolo silenzioso che ha strappato un sorriso agli stessi pompieri: la mattina seguente, mentre gli interventi per il maltempo erano ancora in coda, una squadra in assetto fluviale è calata nell’Adige per salvare un gattino che, caduto nel fiume, si era aggrappato disperatamente al ripido argine rimanendo semi-immmerso. «Non lasciamo indietro nessuno», hanno commentato i soccorritori dopo averlo recuperato con un gommone da rafting, riportandolo sano e salvo – seppur infreddolito e spaventato – tra le braccia dei proprietari che lo aspettavano. Un gesto quasi iconico, che contrasta efficacemente con la durezza dei numeri lasciati dalla tempesta, senza però nascondere la fragilità di un territorio che, ancora una volta, si trova a dover gestire l’emergenza piuttosto che prevenire il danno.




