Il M5s alza i telefoni in Aula: «Fuori le chat» sul caso Delmastro, la Camera dice no ai pm

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una protesta corale, silenziosa ma visivamente plastica, ha scosso i banchi del Senato mentre alla Camera si consumava lo snodo cruciale della vicenda giudiziaria che coinvolge l'ex sottosegretario Andrea Delmastro. I parlamentari del Movimento 5 Stelle, in un gesto di coordinata dissidenza, hanno estratto i propri telefoni cellulari, sollevandoli verso l'alto come fossero striscioni digitali, mentre intonavano un coro che riecheggiava tra gli scranni: «Fuori le chat».

Sugli schermi dei dispositivi, a imperitura memoria della loro richiesta, campeggiava l'immagine dell'ex esponente del Carroccio, quasi a voler rendere tangibile l'oggetto del contendere, quelle conversazioni che la magistratura chiede di acquisire ma che il Parlamento, con un voto destinato a fare discutere, ha deciso di sigillare.

Lo scrutinio segreto e lo "scudo" costituzionale

Al termine di uno scrutinio segreto che ha tenuto banco nell'Aula di Montecitorio, la Camera dei deputati ha respinto la richiesta di accesso alle chat intercorsi tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, quest'ultimo noto come ex prestanome del clan Senese.

Il risultato dello spoglio ha consegnato un verdetto netto: 204 voti favorevoli al diniego su 330 aventi diritto, con 31 assenti che di fatto non hanno inciso sul risultato finale, e un applauso liberatorio che ha accolto la decisione come una sorta di scudo protettivo nei confronti di un indagato per reati che toccano la sfera della criminalità organizzata.

I magistrati della Procura di Roma, che avevano avanzato richiesta di acquisizione dei dialoghi, dovranno pertanto archiviare l'istanza e rimettere gli atti, mentre la destra politica, compatta, ha interpretato il voto come un monito a non valicare i confini dell'inviolabilità parlamentare, sancendo di fatto un principio che richiama alla mente altri celebri precedenti politico-giudiziari.

La bagarre in Aula e la precettazione dei ministri

La tensione, del resto, si è respirata per tutta la giornata, con momenti di autentico scontro tra le opposizioni e la maggioranza. I deputati del M5S, non appena è stato chiarito l'esito della votazione, hanno lasciato i propri scranni per dirigersi verso i banchi del centrodestra, mostrando i cellulari alzati come trofei di una battaglia persa ma non per questo meno sentita, rilanciando di fatto la campagna politica del Movimento che chiede la massima trasparenza sugli atti.

La bagarre ha investito anche il Pd, che si è unito al coro di proteste, mentre da Fratelli d'Italia è giunta la replica secca: «C'è il rischio che in quelle chat vi siano dialoghi politici coperti dal segreto costituzionale», hanno affermato i rappresentanti del partito, giustificando il voto con la necessità di tutelare le prerogative dell'Aula.

Nel frattempo, i ministri sono stati precettati per garantire la tenuta del governo, e l'atmosfera si è fatta rovente, con accuse incrociate che hanno trascinato la discussione ben oltre il merito giuridico per trasformarla in uno scontro dai contorni ideologici e storici, nel quale sono stati evocati, a sproposito secondo alcuni, i nomi di Paolo Borsellino e Oscar Luigi Scalfaro, quasi a voler rivendicare una discendenza morale o istituzionale che la vicenda contemporanea mal si presta a sostenere.

Delmastro sotto un treno, ma con il telefono in tasca

Andrea Delmastro, descritto da chi lo ha incrociato nel primo pomeriggio come un uomo «sotto un treno» e «mogio mogio», ha lasciato Montecitorio con il cellulare saldamente in tasca, consapevole che, nonostante l'ordalia del voto segreto, le chat sarebbero rimaste custodite in cassaforte.

La sarabanda dell'Aula, tuttavia, deve ancora compiersi nelle sue interezza, e il dato politico resta la ferma volontà del centrodestra di erigere un argine alla Procura, sulla scia di quanto già avvenuto in altre stagioni politiche, con il risultato che le conversazioni con Caroccia, chi le ha visionate prima dello scrutinio, non diventeranno materiale processuale.

La decisione della Camera, che di fatto nega ai magistrati la possibilità di indagare attraverso quei dialoghi, ripropone dunque un tema antico e spinoso, quello del conflitto tra poteri dello Stato, e alimenta una narrazione nella quale il Movimento 5 Stelle si è fatto portavoce di una istanza di trasparenza radicale, alzando i telefoni come simbolo di una verità che, per ora, resta occultata tra i banchi del Parlamento.

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