L’ultima volta che un film italiano ha vinto qualcosa di importante? Chiedetelo a Nanni Moretti
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Redazione Cultura e Spettacolo
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PARIGI. La creatività, si sa, non è un diritto acquisito né tantomeno una rendita di posizione, ma la batosta che arriva dalla Croisette, per chi fa cinema in Italia, ha il sapore amaro di una bocciatura secca: alla 79esima edizione del Festival di Cannes, in programma dal 12 al 23 maggio, nessun Titolo tricolore – dico nessuno – figura nella selezione ufficiale appena annunciata. Il delegato generale Thierry Frémaux, presentando il cartellone al Pathé Palace di Parigi insieme alla presidente Iris Knobloch, ha cercato di smorzare i toni (“non è grave, può succedere”), ma le sue parole tradiscono un’analisi spietata: “Non abbiamo visto film che meritavano di essere in competizione”. E questo, per un Paese che vanta quattordici Oscar internazionali e una tradizione che va dal neorealismo a Fellini, suona come un atto d’accusa verso un sistema produttivo che sembra aver smarrito la bussola.
Un’assenza che pesa come quella dei Mondiali
La coincidenza, per quanto ironica, non sfugge a nessuno: l’Italia manca all’appello del grande cinema esattamente come manca ormai stabilmente ai grandi palcoscenici del calcio mondiale. Frémaux, intercettato dall’ANSA, ha usato proprio il paragone sportivo per sdrammatizzare, ricordando che anche la Francia è rimasta fuori dai Mondiali per decenni prima di tornare a vincere. Tuttavia, dietro la bonarietà del funzionario francese, c’è un dato di fatto inoppugnabile: l’ultima Palma d’oro vinta da un italiano risale al lontano 2001 con *La stanza del figlio* di Nanni Moretti, mentre l’ultimo Oscar per il miglior film straniero – quello di *La grande bellezza* di Sorrentino – è del 2014. Per carità, possiamo ancora vantare qualche coproduzione: in Concorso c’è *Fatherland* del polacco Pawel Pawlikowski, implementato dai nostri Lorenzo Mieli e Mario Gianani, ma si tratta pur sempre di una comparsata, del ruolo del “vestito buono” da indossare nelle occasioni speciali.
Il sistema premia Checco Zalone e lascia a casa gli autori
Se guardiamo alle maglie della politica industriale, il cortocircuito diventa evidente. Mentre registi come Alice Rohrwacher vengono osannati all’estero – il *New York Times* ha incluso tre suoi film nella classifica del secolo, e Pedro Almodóvar la cita come un mito – in Italia faticano a trovare terreno fertile. La nuova legge sul cinema, con i suoi meccanismi di sostegno automatico legati agli incassi, rischia di trasformare il finanziamento pubblico in una macchina che premia solo i grandi successi commerciali. Il caso di Checco Zalone, i cui film incassano decine di milioni e ottengono comunque ricchi contributi statali, è diventato il simbolo di una distorsione che lo stesso produttore Pietro Valsecchi ha definito “non corretta”. Si discute se il peso dei criteri artistici debba essere superiore a quello degli incassi, ma intanto il sistema resta in una sorta di limbo, sospeso tra l’esigenza di cultura e quella di intrattenimento.
La Croisette cerca il gas, l’Oriente avanza
Mentre l’Italia resta ai box, il festival tira dritto con un parterre che non ha nulla da invidiare agli anni migliori. La selezione ufficiale, come riporta *Vogue Italia*, è dominata dalle cinematografie asiatiche: il giapponese Kore-eda Hirokazu torna con *Sheep in the Box*, il coreano Park Chan-wook siederà addirittura come presidente di giuria, e Na Hong-jin rappresenta la nouvelle vague sudcoreana. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump ormai da oltre un anno, hanno scelto il disimpegno: nomi altisonanti come Scorsese o Tarantino sono assenti dal Concorso, segno forse di una strategia distributiva che guarda più alle piattaforme che ai red carpet. A tener banco sono gli europei di lungo corso: Pedro Almodóvar, reduce dal Leone d’oro a Venezia, cerca la prima Palma della sua carriera con *Amarga Navidad*, mentre Asghar Farhadi e Cristian Mungiu completano il novero dei veterani.
Qualche sopravvissuto tra coproduzioni e “Roma Elastica”
Per trovare un accento italiano bisogna scavare nelle pieghe del programma. Nella sezione “Proiezioni di mezzanotte” brilla *Roma Elastica* di Bertrand Mandico, un film girato a Cinecittà che vede nel cast Isabella Ferrari, Ornella Muti e Franco Nero, oltre alla francese Marion Cotillard. Un omaggio vintage alla romanità, certo, ma che sa più di consolazione che di rivalsa. Lo stesso Frémaux ha lasciato uno spiraglio: “ci saranno piccole aggiunte”, ha detto, e qualcuno scommette su un possibile ripescaggio di Nanni Moretti con *Succederà stanotte*. Ma anche in quel caso, si tratterebbe di un ripiego, di un jolly giocato all’ultimo minuto per evitare il rosso completo. E intanto, sulle note malinconiche di una certa italianità da esportazione, la sensazione è che la nostra cinematografia abbia bisogno di ben altro che di un contentino.




