Genova, agenti indagati per le botte: nella chat si vantavano dei soprusi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Genova torna a far parlare di sé per un nuovo capitolo oscuro, che coinvolge quindici agenti della polizia locale indagati per abusi e violenze. Le accuse, emerse da una denuncia presentata da due vigilesse stanche dei soprusi dei colleghi, descrivono un sistema in cui le botte – chiamate in gergo "cioccolatini" – erano quasi una routine, così come le provocazioni sussurrate all’orecchio dei fermati per spingerli a reagire e giustificare un arresto o un intervento brutale. A complicare ulteriormente la posizione degli indagati, c’è una chat dal nome ironico, "quei bravi ragazzi", in cui alcuni agenti avrebbero addirittura esaltato i propri comportamenti, lasciando tracce che potrebbero rivelarsi decisive per le indagini.

La denuncia delle due agenti, però, non aveva avuto seguito: inviata ai vertici della polizia locale, l’unica conseguenza era stato il loro trasferimento, mentre le accuse venivano archiviate senza ulteriori approfondimenti. Un dettaglio che solleva interrogativi sull’effettiva volontà di far luce su dinamiche tossiche all’interno del corpo.

Il caso si intreccia con un altro filone giudiziario, che vede coinvolti l’ex assessore alla Sicurezza della giunta Bucci, Antonino Sergio Gambino – ora consigliere comunale di minoranza – e il comandante della polizia locale Gianluca Giurato. Gambino, già esponente di Fratelli d’Italia, si è autosospeso dal partito dopo essere finito nel mirino della Procura di Genova per aver rivelato, in prossimità delle elezioni comunali, dettagli riservati su un incidente stradale che aveva visto coinvolta l’allora candidata sindaco Silvia Salis. Un presunto tentativo di dossieraggio politico, condotto – secondo le accuse – in collaborazione con Giurato, che avrebbe fornito informazioni riservate.

La stessa Salis, oggi sindaca, ha raccontato di essere stata oggetto di un controllo ossessivo: droni fuori dal terrazzo di casa, pedinamenti, domande ai vicini e persino ai negozianti per ricostruire le sue abitudini. «Un livello da “andiamo a guardare nella spazzatura per vedere che cosa mangia”», ha commentato, denunciando un clima intimidatorio che la Procura sta ora indagando.

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