Il nodo Allegri tra contratto Milan e tentazione Nazionale: percentuali, priorità e il «dna» che non ama i cambi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Che il futuro di Massimiliano Allegri sulla panchina del Milan sia diventato un rebus di quelli avvolti nel mistero più fitto, lo si intuisce dal tono guardingo con cui addetti ai lavori e opinionisti si approcciano alla questione; e lo conferma, d’altronde, lo stesso tecnico livornese che, reduce da una conferenza stampa nella quale ha cercato di spegnere le voci di un suo possibile addio a fine stagione, ha ribadito un concetto che a molti è parso più un'affermazione di principio che una reale presa di distanza dalle sirene della Nazionale. «Cambiare tanto non è nel mio dna», avrebbe detto Allegri, quasi a voler tracciare un solco netto tra la sua storia professionale – fatta di cicli lunghi e progetti pluriennali – e la frenesia dell’altalena di voci che lo vorrebbero già proiettato verso la panchina azzurra dopo l’addio ormai imminente di Gennaro Gattuso.

«Priorità Milan», la stima di Passerini e il nodo della clausola

Carlo Pellegatti, firma storica del giornalismo rossonero, ha provato a fare chiarezza nelle scorse ore, definendo «insopportabile» l’ipotesi di un terzo cambio di guida tecnica consecutivo per il club di via Aldo Rossi. A gettare ulteriore luce sulla situazione ci ha pensato invece Carlos Passerini, il quale, intervenuto a MilanVibes, ha scelto la via dei numeri pur con la cautela di chi non vuole «fare il catastrofista». Secondo Passerini, la percentuale di una permanenza di Allegri a Milano supera di fatto la soglia del cinquanta per cento attestandosi «intorno al settanta», un dato che tiene conto soprattutto della solidità di un contratto già sottoscritto e della volontà del tecnico di riportare i rossoneri in Champions League per puntare allo Scudetto già dal prossimo anno. Eppure, è lo stesso giornalista a specificarlo, quella forbice potrebbe allargarsi o restringersi in base a un fattore esterno non trascurabile: il richiamo della Nazionale, che per un allenatore della scuola italiana rappresenta una sorta di coronamento, un’idea che affascina e che spinge lo stesso Allegri a voler capire, una volta raggiunta la qualificazione europea, se la società gli concederà «la centralità nel progetto» che finora, ammette Passerini, c’è stata «solo fino a un certo punto».

Le parole del tecnico e la lista dei candidati per l’eventuale dopo

A complicare il quadro – se così si può dire, viste le rassicurazioni arrivate dal diretto interessato – è la concomitanza di due fattori: da un lato l’incertezza legata all’elezione del nuovo presidente della Federcalcio, dall’altro la consapevolezza che sulla scrivania della FIGC non ci sia solo il nome di Allegri. Nelle valutazioni di chi dovrà ricostruire la Nazionale dopo l’ennesima mancata qualificazione mondiale, spunta anche quello di Antonio Conte; e per il Milan, nell’eventualità di un addio del proprio trainer, il piano B avrebbe già un cognome preciso, quello di Vincenzo Italiano. Una candidatura, quest’ultima, che pure trova spazio nei discorsi di chi, come Pellegatti, parla apertamente di «obiettivi mediocri» associando i nomi di Gasperini, D’Amico e Scaroni a un progetto che definisce, in modo assai poco lusinghiero, «da Atalanta». La sensazione, al netto delle dichiarazioni di facciata, è che Allegri intenda giocarsi le sue carte soltanto a stagione conclusa, quando la qualificazione alla massima competizione europea sarà matematica – o definitivamente sfumata – e quando soprattutto potrà sedersi a un tavolo con la dirigenza per pretendere, come lascia intendere chi lo segue da vicino, quella «gestione del mercato» totale che ritiene indispensabile per competere su tutti i fronti.

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