Google e il monopolio illegale sulla pubblicità online: cosa cambia dopo la sentenza

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La decisione del giudice federale Leonie Brinkema, che ha definito Google un "monopolista illegale" nel settore della tecnologia pubblicitaria, rappresenta una svolta significativa nel lungo braccio di ferro tra l’azienda e le autorità antitrust statunitensi. La sentenza, emessa dopo un’indagine avviata nel 2023 dal Dipartimento di Giustizia e da diversi Stati, potrebbe portare a richieste di smantellamento di alcune divisioni di Alphabet, la holding che controlla il colosso di Mountain View.

A differenza di altre cause legali che riguardano il motore di ricerca – il vero core business dell’azienda – questa volta l’attenzione si è concentrata sul mercato degli annunci digitali, dove Google detiene una posizione dominante da anni. Secondo la giudice, la società ha "deliberatamente adottato comportamenti anticoncorrenziali" per consolidare il proprio controllo sui server pubblicitari, come si legge nelle 115 pagine del documento. Una strategia che avrebbe soffocato la concorrenza, limitando le alternative per inserzionisti e editori.

La sentenza, contro cui Google ha già annunciato ricorso, potrebbe aprire la strada a misure drastiche, incluso lo scorporo di alcuni servizi legati alla pubblicità. Sebbene l’azienda abbia sempre negato di violare le norme antitrust, sostenendo che la sua leadership derivi dall’efficienza e dall’innovazione, le autorità giudiziarie sembrano ora intenzionate a ridisegnare gli equilibri del mercato.

Quello degli annunci online è un settore cruciale per Big G, che attraverso piattaforme come AdX e AdSense gestisce un flusso miliardario di introiti. La possibilità di una frammentazione forzata delle sue attività pubblicitarie avrebbe ripercussioni non solo sul modello di business, ma anche sull’intero ecosistema digitale, dove pochi player dominano da tempo la distribuzione degli spazi promozionali.

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