La premio Nobel Narges Mohammadi ricoverata in Iran dopo la crisi cardiaca: la famiglia denuncia «cure inadeguate»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ha definita una corsa contro il tempo destinata forse a concludersi troppo tardi, la famiglia della premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, quando venerdì scorso ha appreso che la detenuta, fisicamente esausta dopo mesi di detenzione e privazioni, era stata infine trasferita d’urgenza dal carcere di Zanjan a un ospedale della stessa città iraniana. La notizia, accolta con una miscela amara di sollievo e rabbia da chi le è più vicino, ha confermato i timori più cupi: la 54enne attivista, da sempre nel mirino della teocrazia per la sua instancabile battaglia a favore dei diritti umani e contro la pena di morte, versa in condizioni critiche dopo aver accusato due episodi di perdita di conoscenza e una grave crisi cardiaca. Una situazione, quest’ultima, che la fondazione che porta il suo nome non ha esitato a definire come un “catastrofico peggioramento”.

La biografia di Mohammadi, va ricordato, è un susseguirsi di arresti e condanne: fisica di formazione, ha presto messo da parte la carriera scientifica per dedicare la sua esistenza alla dissidenza, diventando vicepresidente del Centro dei difensori dei diritti umani fondato da un’altra Nobel, Shirin Ebadi. Una scelta di campo, la sua, che le è costata complessivamente tredici arresti e decine di anni di reclusione. Il regime l’aveva nuovamente incarcerata nel dicembre del 2025, dopo una breve parentesi di libertà per motivi sanitari, e da allora i legali denunciano un progressivo e inesorabile decadimento fisico della loro assistita. Le autorità penitenziarie, secondo gli esposti presentati, avrebbero sistematicamente negato le cure specialistiche necessarie a una paziente con un quadro clinico complesso, aggravato da pregressi interventi di angioplastica e da un calo ponderale di quasi venti chili dall’ultimo ingresso in cella.

Il ricovero “last minute” e l’ombra della negligenza medica

La struttura carceraria di Zanjan si è rivelata ben presto inadeguata a gestire l’emergenza. Nei giorni precedenti al trasferimento in ospedale, fonti vicine alla detenuta hanno riferito di sbalzi di pressione incontrollabili e di episodi di vomito così violenti da causare lo svenimento, seguiti da una cura farmacologica rivelatasi inefficace se non dannosa secondo il parere di un cardiologo esterno. La stessa misura del trasferimento, avvenuto soltanto quando i medici del carcere hanno ammesso la loro impotenza di fronte alla gravità della situazione, è stata bollata dai familiari come un’azione “dell’ultimo minuto”, un tentativo disperato di porre rimedio a mesi di immobilismo. Attualmente ricoverata in terapia intensiva cardiologica, necessita di ossigeno e i parametri vitali restano instabili, tanto che il fratello, residente in Norvegia, ha dichiarato ai media che la pressione sanguigna aveva subito un crollo tale da non riuscire a essere stabilizzata dai sanitari locali.

L’accusa della famiglia e il veto al trasferimento a Teheran

Le polemiche, però, non riguardano solo la lentezza dei soccorsi ma anche l’ostruzionismo burocratico delle autorità giudiziarie. La famiglia Mohammadi, attraverso i propri legali, ha chiesto con forza che l’attivista venga trasferita in un ospedale specializzato a Teheran, dove potrebbe essere seguita dal suo team medico personale, quello che la conosce e che ha già gestito le sue complesse patologie cardiache e polmonari in passato. Una richiesta, questa, che al momento sembra essere caduta nel vuoto. Secondo le rivelazioni della fondazione “Narges Mohammadi”, la commissione medico-legale di Zanjan aveva già raccomandato la sospensione della pena per un mese per motivi di salute, ma la procura avrebbe subordinato il provvedimento a un nullaosta da parte di Teheran, creando un circolo vizioso che i familiari definiscono una condanna a morte lenta.

La pressione del Comitato Nobel e il silenzio del regime

Mentre la vita di Mohammadi oscilla tra la corsia d’ospedale e l’oblio della cella, la comunità internazionale segue con apprensione, seppur a distanza. Il presidente del Comitato norvegese per il Nobel, Jorgen Watle Frydnes, ha lanciato un appello senza mezzi termini, dichiarando che la vita della vincitrice del premio è ora nelle mani delle autorità iraniane e chiedendo il rilascio immediato per affidarla alle cure dei suoi specialisti. Un monito, quest’ultimo, che si aggiunge alle dure accuse di Amnesty International, secondo cui il regime avrebbe “sconsideratamente messo a rischio la vita della difensora dei diritti umani” attraverso un deliberato rifiuto di fornire cure adeguate e tempestive. Nonostante le pressioni, il governo di Teheran non ha ancora fornito rassicurazioni ufficiali sull’effettivo accesso a cure di qualità, limitandosi a gestire l’emergenza sanitaria come una questione di ordine pubblico senza concedere deroghe alla detenzione.

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