Narges Mohammadi, la Nobel per la pace in rianimazione dopo una crisi cardiaca in carcere
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Redazione Esteri
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Il trasferimento d’urgenza, avvenuto in ambulanza dal carcere di Zanjan verso un nosocomio situato nel nord-ovest dell’Iran, ha restituito l’immagine di un sistema repressivo che continua a tenere in scacco una delle voci più scomode della società civile persiana, nonostante il prestigio internazionale della detenuta. Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace nel 2023, avrebbe subito due distinti episodi di perdita totale di coscienza, ai quali avrebbe fatto seguito una grave crisi cardiaca che ne avrebbe imposto il ricovero immediato in terapia intensiva. La stessa fondazione che porta il suo nome, attraverso un messaggio pubblicato sulla piattaforma X, ha parlato senza mezzi termini di un “catastrofico peggioramento” delle condizioni generali della detenuta, gettando ombre preoccupanti sulla sua tenuta fisica all’interno di un ambiente, quello penitenziario, da tempo segnalato per le sue carenze sanitarie.
Una catena di condanne e l’ennesimo trasferimento ospedaliero
L’attuale ricovero, però, non rappresenta un episodio isolato nel calvario giudiziario che l’attivista subisce da anni: già a febbraio, le autorità della Repubblica islamica avevano inflitto a Mohammadi una nuova pena complessiva di otto anni e mezzo di reclusione, motivata da un amalgama di accuse vecchie e nuove, tutte però riconducibili alla sua incessante battaglia per i diritti umani e contro l’obbligo del velo. A quella condanna facevano seguito, come se non bastasse, due anni di esilio interno nella città di Khosf – località che le è stata imposta come luogo di confino – e un’ulteriore restrizione, vale a dire due anni di divieto assoluto di lasciare il territorio iraniano una volta eventualmente scontata la pena detentiva. La sequenza di provvedimenti, letta nella sua interezza, delinea l’intenzione di neutralizzare non solo la sua presenza fisica ma anche la sua capacità di testimoniare all’estero, una strategia già sperimentata con altri oppositori del regime.
L’ombra della Corte penale internazionale e il silenzio di Teheran
Mentre la fondazione Narges Mohammadi rilanciava l’allarme con toni che non ammettevano equivoci – parlando appunto di un deterioramento “catastrofico” della salute della Nobel – nessun commento ufficiale è giunto finora dalle autorità penitenziarie di Zanjan, né dal potere giudiziario iraniano, che da sempre respinge le accuse di maltrattamenti definendole propaganda straniera. Eppure, il quadro clinico descritto dall’organizzazione che segue la detenuta appare sufficientemente grave da giustificare il trasferimento in un reparto di terapia intensiva, circostanza che lascia intendere come il personale medico carcerario non fosse più in grado di gestire l’emergenza. Mohammadi, che aveva già subito in passato lunghi periodi di isolamento e scioperi della fame, incarna ormai il simbolo di una resistenza pagata a caro prezzo sul proprio, senza che gli innumerevoli appelli lanciati dalle cancellerie occidentali abbiano prodotto finora un cedimento nelle maglie del regime.
La gestione della detenzione come strumento di logoramento
L’accaduto riporta drammaticamente all’attenzione una prassi consolidata all’interno del sistema giudiziario iraniano, dove la negligenza medica o il ritardo nelle cure d’urgenza vengono utilizzati, di fatto, come forma di pressione aggiuntiva nei confronti di quei detenuti considerati ad alta pericolosità politica. La stessa sequenza degli eventi – prima la condanna a otto anni e mezzo, poi l’esilio interno e infine il divieto di espatrio – sembra studiata per impedire a Mohammadi qualsiasi prospettiva di uscita dal paese, anche qualora la sua salute dovesse ulteriormente peggiorare. E nel frattempo, il ricovero in ospedale, piuttosto che rappresentare una concessione umanitaria, rischia di tramutarsi in un ennesimo atto di controllo: la mobilità della paziente resta interamente gestita dalle autorità che la tengono in custodia, compreso il suo passaggio dal carcere alla corsia e, verosimilmente, il ritorno successivo. La fondazione, dal canto suo, ha già dimostrato in passato di saper documentare con precisione ogni episodio di malasanità intramuraria, anche se questo non è mai bastato a scalfire l’inerzia di chi, a Teheran, considera quei decreti di condanna semplicemente come atti dovuti.




