“I pc di tutti i magistrati possono essere spiati”: l’alert al ministero della Giustizia fin dal 2024
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Redazione Interno
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Mentre il dibattito politico sulla giustizia si infiamma tra proposte di riforma e referendum, un’inchiesta giornalistica riporta alla luce una vulnerabilità informatica che, come un filo rosso, attraversa da anni il sistema giudiziario italiano. “Segui il coniglio bianco”, dicono i tecnici, citando quasi per gioco un film cult, ma la realtà che descrivono non ha nulla di fantastico. Si tratta, piuttosto, di un “baco” potenzialmente pericoloso presente nei terminali in dotazione a migliaia di magistrati, un software che potrebbe aprire una falla nella segretezza delle indagini e nell’autonomia della magistratura stessa, permettendo controlli da remoto. Una situazione nota, a quanto pare, da tempo, se già nel 2024 una segnalazione formale era giunta al ministero della Giustizia, senza che venissero adottate soluzioni risolutive.
Il software e le segnalazioni ignorate
L’allarme, secondo quanto ricostruito, ruota attorno a un programma fornito da Microsoft, l’Ecm/Sccm, installato su circa quarantamila computer dell’amministrazione. Quel programma, concepito per la manutenzione a distanza dei sistemi, racchiuderebbe in sé la possibilità di trasformarsi in uno strumento di sorveglianza. Attraverso di esso, infatti, si potrebbero teoricamente monitorare le attività dei magistrati, accedendo ai loro scambi e ai materiali d’indagine, il tutto senza che l’utente ne sia consapevole. A lanciare l’avviso, con tempestività, fu la Procura di Torino, la quale – già due anni fa – aveva evidenziato la criticità di quel sistema, sottolineandone i rischi per la riservatezza. Una preoccupazione, quella dei magistrati torinesi, che sembrò però non trovare un’adeguata risposta nei corridoi del ministero, lasciando il problema in una sorta di limbo operativo.
La polemica politica in aula
La divulgazione di queste notizie da parte del programma “Report” ha immediatamente riverberato i suoi effetti nell’agone politico, trasformando un tema tecnico in materia di scontro parlamentare. Durante un dibattito allo stato dell’amministrazione della giustizia, una deputata dell’opposizione ha interpellato direttamente il governo, chiedendo che fosse la premier a chiarire pubblicamente quanto emerso dalle rivelazioni giornalistiche. La reazione del ministro della Giustizia, di fronte a quella richiesta, è stata particolarmente accesa, sfiorando toni minacciosi verso l’esponente del Partito Democratico, fino a far ipotizzare azioni legali. “Forse inventeranno anche un reato con il mio nome”, ha poi commentato con ironia l’interessata, smorzando la tensione ma non la sostanza della questione sollevata.
Un’incognita sulla sicurezza
Al di là delle polemiche, che vedono il ministro promuovere il suo disegno di riforma della giustizia mentre viene attaccato dall’opposizione, resta un interrogativo concreto e inquietante. L’eventualità che un sistema informatico di gestione possa essere utilizzato, o sia stato utilizzato, per finalità di sorveglianza illegittima getta un’ombra sulla quotidianità del lavoro giudiziario. L’apprensione nasce proprio dalla consapevolezza che la sicurezza dei dati e la confidenzialità delle indagini rappresentano un pilastro dell’attività giurisdizionale, un baluardo che, se minato, comprometterebbe l’integrità di interi procedimenti. La situazione descritta, dunque, non è una semplice ipotesi da film di fantascienza, ma una potenziale breccia nella riservatezza che richiederebbe, ora più che mai, accertamenti definitivi e trasparenti.




