Argine abusivo sul Senio, il comune interviene con le ruspe durante la piena

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre il fiume Senio, nella Bassa Romagna, continuava a ingrossarsi minacciosamente nelle ore di Natale, le ruspe sono entrate in azione in località Tebano, frazione di Castel Bolognese, per aprire con urgenza un varco in un argine di terra. L’intervento, deciso dai sindaci dei comuni di Faenza e Castel Bolognese, è stato eseguito sotto la pressione di un’allerta idraulica che non ammetteva esitazioni, con l’obiettivo dichiarato di creare una “soglia di sfogo” e prevenire una possibile tracimazione in aree abitate. A rendere necessaria un’operazione così drastica, condotta nel pieno dell’emergenza, è stata la natura stessa di quell’opera di difesa, la quale – come hanno precisato in seguito le autorità – era stata realizzata “da un privato in assenza delle necessarie autorizzazioni e in modalità non conformi alla normativa vigente”. Una costruzione abusiva, dunque, che in una fase di piena eccezionale rischiava paradossalmente di aggravare il pericolo, alterando il deflusso delle acque e concentrando la pressione idraulica sull’argine sinistro, quello a protezione dei centri abitati.

La decisione nell'emergenza e le polemiche a Cotignola

L’abbattimento di quell’argine illecito, seppure tecnicamente motivato dalla necessità di “garantire la sicurezza idraulica”, non è stato l’unico episodio a sollevare interrogativi in quei giorni concitati. Poche ore dopo, a pochi chilometri di distanza, a Cotignola, la scena di operatori della Protezione civile intenti a posizionare sacchi di sabbia sulla sommità dell’argine sinistro del Senio nella tarda serata del 25 dicembre, nel momento di massima criticità, ha generato ulteriore apprensione e dibattito tra i residenti. Un’azione definita da alcuni una “toppa tardiva”, vista la prossimità delle acque alla cresta dell’argine, che ha portato il primo cittadino a dover fornire spiegazioni pubbliche su una manovra apparsa a molti come un estremo e rischioso tentativo di rinforzo all’ultimo minuto.

Le conseguenze della notte di Natale e una possibile delocalizzazione

La fuga precipitosa dalle abitazioni avvenuta nella notte di Natale, un evento traumatico che ha segnato una cesura netta nella percezione del rischio, sembra aver indotto una riflessione più radicale sulla convivenza con il fiume. Il sindaco di Castel Bolognese, Luca Della Godenza, ha espresso con chiarezza un concetto che fino a poco prima sarebbe potuto apparire improbabile, affermando che “l’area abitata di via Casale andrebbe delocalizzata”. Una dichiarazione che va oltre la semplice gestione dell’emergenza e che prospetta, per la prima volta in modo così esplicito, l’abbandono di alcune zone considerate ormai troppo vulnerabili, suggerendo come l’alluvione abbia scoperchiato problematiche di lunga data, tra cui l’incompatibilità tra certi insediamenti e la sicurezza idraulica del territorio.

Il nodo delle costruzioni non autorizzate e la sicurezza del territorio

L’episodio dell’argine abbattuto a Tebano, al di là della contingenza, pone infatti una questione di fondo sulla gestione del suolo e sul rispetto della normativa in materia idraulica. La presenza di un’opera realizzata senza le dovute autorizzazioni e in modo non conforme, in un’area golenale fondamentale per il regolare deflusso delle piene, rivela un vulnus nel controllo del territorio che le amministrazioni si sono trovate a dover sanare in condizioni estreme. Un intervento correttivo che, se da un lato ha mitigato il pericolo immediato, dall’altro lascia intravedere la necessità di un’attività di verifica e di monitoraggio più stringente, per evitare che interventi privati, seppure dettati forse da intenti autodifensivi, finiscano per compromettere un equilibrio idraulico delicato e mettere a rischio l’intero sistema di protezione.

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