A impallinare De Luca è stato il Pd

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato la norma campana sul terzo mandato non rappresenta soltanto uno stop per Vincenzo De Luca, ma un chiaro segnale politico, destinato a ripercuotersi ben oltre i confini regionali. Se il governatore della Campania, noto per il suo stile diretto e spesso slegato dalle direttive del partito, è stato il più colpito, è perché il suo stesso schieramento – il Partito Democratico – non ha fatto abbastanza per sostenerlo, preferendo evitare uno scontro istituzionale che avrebbe potuto rivelarsi scomodo.

Zaia, in Veneto, pur trovandosi nella stessa condizione, gode di un appoggio più solido da parte della Lega, che ha sempre difeso l’autonomia dei territori, anche quando in contrasto con le pronunce dei giudici. De Luca, invece, si è ritrovato solo, abbandonato da un Pd che, pur avendolo tollerato per anni, non ha mai pienamente digerito il suo personalismo. La decisione della Consulta, dunque, più che un attacco ai "governatori eterni", è la conseguenza di un calcolo politico in cui il centrosinistra ha scelto di non impegnarsi in battaglie giudiziarie dall’esito incerto.

Ora che la strada per un nuovo mandato è sbarrata, De Luca sta già lavorando a un piano alternativo. La sua idea è quella di mantenere un ruolo centrale nella gestione della Campania, magari puntando su un candidato di fiducia e controllando da dietro le quinte gli equilibri della prossima giunta. Non a caso, ha già iniziato a tessere alleanze, aprendo ai 5 Stelle ma escludendo esplicitamente Roberto Fico, con cui i rapporti sono ormai incrinati. Al Pd, invece, lancia un messaggio chiaro: «Ho tre liste a disposizione», quasi a sottolineare che, nonostante tutto, resta un attore imprescindibile.

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