Deepfake su Meloni in lingerie, la premier denuncia i rischi dell’Ai
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Redazione Interno
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Il caso del deepfake su Giorgia Meloni, ritratta in lingerie all’interno di immagini false generate con l’intelligenza artificiale, ha riaperto il dibattito sulla disinformazione online e sull’uso sempre più aggressivo delle tecnologie Ai nella manipolazione dell’immagine pubblica. Le fotografie, diffuse sui social e condivise da numerosi utenti convinti della loro autenticità, mostravano la presidente del Consiglio in una stanza da letto, con luci soffuse e abiti intimi, in un contesto costruito artificialmente ma ritenuto credibile da una parte del pubblico. Da qui è partita un’ondata di commenti e reazioni che ha rapidamente trasformato il contenuto in un caso politico e mediatico, alimentando accuse, indignazione e nuove discussioni sui limiti dell’intelligenza artificiale generativa.
La presidente del Consiglio ha parlato apertamente del fenomeno, definendo il deepfake uno strumento pericoloso e sottolineando come episodi simili possano colpire chiunque. Secondo quanto emerso, da mesi circolano online video e fotografie manipolate che sfruttano la figura di Giorgia Meloni per diffondere messaggi divisivi o contenuti costruiti con finalità polarizzanti. Le attività di disinformazione, viene precisato, non risultano collegate al coordinamento di uno Stato specifico, ma si inseriscono in un contesto più ampio in cui l’intelligenza artificiale viene utilizzata per alterare immagini, simulare dichiarazioni e creare contenuti falsi capaci di apparire autentici agli occhi degli utenti meno attenti.
Le immagini false e il dibattito sui rischi dei deepfake
Il caso ha assunto rapidamente anche una dimensione più ampia, legata al tema della violenza digitale e dell’uso dell’immagine femminile online. Le fotografie generate artificialmente hanno infatti provocato reazioni contrastanti, tra chi ha denunciato il carattere offensivo della manipolazione e chi, invece, ha trattato il contenuto come materiale ironico o satirico. In uno dei commenti riportati nel dibattito mediatico, viene citata persino una battuta cinematografica per descrivere la reazione suscitata dalle immagini, mentre la stessa Meloni ha ironizzato sul fatto che gli autori del deepfake l’avrebbero “migliorata parecchio”. Un passaggio che, pur pronunciato con tono sarcastico, ha ulteriormente acceso il confronto pubblico sul confine tra ironia, aggressione digitale e diffusione di contenuti falsificati.
Il fenomeno dei deepfake legati a figure pubbliche non riguarda soltanto la manipolazione estetica o la creazione di immagini provocatorie. La circolazione di contenuti alterati con l’Ai viene infatti considerata uno strumento capace di amplificare tensioni politiche e sociali, sfruttando la rapidità dei social network e la difficoltà, per molti utenti, di distinguere un contenuto autentico da uno costruito artificialmente. Nel caso di Giorgia Meloni, le immagini false sono state condivise insieme a commenti e interpretazioni che hanno contribuito ad alimentare ulteriormente la polarizzazione online, trasformando un contenuto artificiale in un tema di scontro pubblico.
La falsa immagine attribuita a La Stampa
Accanto alla diffusione delle immagini deepfake, nelle ultime ore si è sviluppata anche un’altra polemica legata a una presunta pubblicazione da parte del quotidiano La Stampa. Sui social è infatti circolato uno screenshot che mostrava un articolo accompagnato dall’immagine falsa di Giorgia Meloni generata con l’intelligenza artificiale. La ricostruzione, però, è stata smentita da Bufale.net, che ha precisato come l’articolo fosse reale ma non contenesse affatto lo scatto manipolato. Secondo il fact checking pubblicato online, l’immagine sarebbe stata aggiunta successivamente all’interno di un post social, creando così l’impressione che fosse stata utilizzata direttamente dal giornale.
L’episodio ha evidenziato un ulteriore livello del problema legato ai deepfake e alla disinformazione digitale: non soltanto la creazione di immagini artificiali credibili, ma anche la capacità di attribuire falsamente quei contenuti a testate giornalistiche riconosciute, aumentando la percezione di autenticità. In questo caso il nome di La Stampa è stato trascinato nel dibattito attraverso una rappresentazione alterata della pagina originale, contribuendo a diffondere un contenuto che non corrispondeva alla pubblicazione reale. Un meccanismo che mostra quanto velocemente, soprattutto sui social network, immagini manipolate e informazioni incomplete possano sovrapporsi fino a generare una narrazione diversa dai fatti effettivamente documentati.




