Massimo Ranieri, settantacinque anni e una voce nella Treccani: lo scugnizzo diventa enciclopedia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A settantacinque anni compiuti proprio oggi, 3 maggio, Massimo Ranieri – all’anagrafe Giovanni Calone – riceve un riconoscimento che va ben oltre il semplice attestato di stima. L’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani ha infatti deciso di dedicargli una voce all’interno della nuova Enciclopedia della Musica Contemporanea, un traguardo che lo colloca ufficialmente tra i pilastri della cultura musicale nazionale. Nato e cresciuto nel cuore popolare del Pallonetto di Santa Lucia, a Napoli, quel ragazzino che si esibiva per i turisti nei bar della città è riuscito a trasformare la propria voce in un patrimonio condiviso, senza mai recidere il cordone ombelicale con le sue radici. La Treccani stessa lo descrive come "uno dei più amati interpreti della canzone italiana", un’etichetta, quest’ultima, che pesa come un macigno onorifico data la severità della fonte che la rilascia.

Da Gianni Rock al David di Donatello

La genesi di questo mito affonda le sue radici nel lontano 1964, quando una voce gracchiante ma potentissima venne notata quasi per caso da un discografico mentre intratteneva i clienti di un locale. Con lo pseudonimo di Gianni Rock, il tredicenne Giovanni varcò l’oceano per accompagnare in tournée Sergio Bruni, salendo su un palco dell’Academy di Brooklyn. Tuttavia, fu il passaggio definitivo al nome Massimo Ranieri, avvenuto nel 1966 con la scritturazione da parte della Cgd, a segnare l’inizio di un’ascesa inarrestabile. Se il successo musicale esplose con la vittoria del Cantagiro e inni generazionali come "Rose rosse", Ranieri non si limitò mai a essere solo un cantante; la sua natura istrionica lo portò a calcare anche i set cinematografici. L’incontro con Mauro Bolognini nel film "Metello" – ruoli che avrebbero stancato chiunque – gli valse addirittura un David di Donatello, dimostrando una versatilità che pochi altri hanno saputo eguagliare nel panorama dello spettacolo italiano.

L’incoronazione a Sanremo e il rilancio teatrale

Nonostante gli innumerevoli successi iniziali, la carriera di Ranieri è costellata di pause, abbandoni e ritorni trionfali, a testimonianza di un rapporto con la celebrità tutt’altro che lineare. Dopo essersi allontanato dalle scene musicali per dedicarsi quasi esclusivamente al teatro di prosa – dove venne diretto da mostri sacri come Giorgio Strehler – molti lo davano per finito o, quanto meno, per appagato. Invece, il 1988 rappresentò l’anno della resurrezione artistica più clamorosa. In sordina, approfittando di una pausa nelle repliche di "Rinaldo in campo", decise di tornare sul palco dell’Ariston con un brano che gli era stato proposto quasi per caso: "Perdere l’amore". L’esito è storia della musica italiana: la vittoria schiacciante al Festival di Sanremo, cinque settimane consecutive al primo posto in classifica e la vendita di milioni di copie, che ribadirono la sua supremazia anche in un’epoca dominata da sonorità diverse.

L’eredità di uno showman completo

Giunto a questo traguardo anagrafico senza alcuna intenzione di rallentare – lo dimostra il tour "Tutti i sogni ancora in volo" che lo vede ancora protagonista sui palchi dei teatri – Ranieri continua a fare i conti con l’enorme mole di lavoro accumulata in sessant’anni di attività. Con oltre quattordici milioni di dischi venduti nel mondo e una filmografia che attraversa diversi decenni, la sua figura si erge come l’ultima, autentica incarnazione dello "scugnizzo" diventato grande senza mai perdere la tenerezza malinconica che lo contraddistingue. L’ingresso nella Treccani non è solo un mero aggiornamento enciclopedico: è la certificazione ufficiale che la voce di quel bambino cresciuto tra i vicoli di Santa Lucia ha smesso di essere effimera per trasformarsi in classicità.

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