Il fuoco amico kuwaitiano abbatte tre F-15 americani, sei piloti salvi in volo sull'Operazione Epic Fury
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Redazione Esteri
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Il fragore dei reattori e il successivo boato dell'impatto al suolo hanno squarciato il cielo del Kuwait nella notte tra domenica e lunedì, quando tre caccia F-15E Strike Eagle dell'Aeronautica Militare statunitense, impegnati nelle operazioni di supporto alla vasta offensiva denominata Epic Fury, sono stati letteralmente falciati in volo. A provocare la perdita dei velivoli, come confermato poche ore dopo da una nota ufficiale del Comando Centrale americano (Centcom), non è stata una controffensiva avversaria bensì un drammatico errore di identificazione da parte delle batterie delle difese aeree kuwaitiane. Le stesse forze, tecnicamente alleate e schierate al fianco di Washington in questo terzo giorno di conflitto esteso che vede opposti Stati Uniti e Israele all'Iran, hanno aperto il fuoco contro gli apparecchi in un contesto operativo già di per sé saturo di minacce, con la presenza di droni, missili balistici e aerei iraniani nei cieli della regione.
Mentre gli echi delle esplosioni si propagavano e le notizie di attacchi incrociati rimbalzavano da Gerusalemme fino a Dubai, Abu Dhabi e Doha – dove si sono registrate detonazioni a seguito dei raid di Teheran – l'attenzione degli strateghi e dell'opinione pubblica si è improvvisamente concentrata su un incidente che sa di paradosso bellico. L'episodio, che ha visto precipitare tre dei moderni caccia bombardieri in territorio kuwaitiano, rappresenta una battuta d'arresto significativa non tanto in termini di capacità militari, quanto piuttosto per il coordinamento tra forze della coalizione. Non appena i seggiolini eiettabili si sono attivati, i piloti – tutti e sei sopravvissuti all'impatto e alle fasi concitate della discesa con il paracadute – sono stati tempestivamente recuperati da civili e personale militare sul campo, come dimostrano alcuni video diffusi attraverso i social media che li mostrano mentre, visibilmente scossi ma coscienti, vengono caricati a bordo di autovetture in attesa dell'arrivo dei soccorsi medici.
La versione del Centcom e la rivendicazione di Teheran
La dinamica di quanto accaduto, stando a quanto ricostruito dagli investigatori americani con il supporto delle autorità del Kuwait, sarebbe da ricondurre a un fatale scambio di identificazione nel caos del combattimento. Il Centcom, nel suo rapporto preliminare, ha specificato che gli F-15 stavano operando a supporto dell'Operazione Epic Fury quando sono finiti nel mirino dei sistemi contraerei kuwaitiani, i quali verosimilmente li hanno scambiati per una nuova ondata di droni o missili in arrivo dall'Iran. Una versione, quella dell'errore delle batterie amiche, che tuttavia non trova concorde Teheran. Fonti militari iraniane, infatti, hanno prontamente diffuso una nota in cui rivendicano l'abbattimento di almeno uno dei tre caccia americani, sostenendo che sia stato colpito direttamente dai sistemi di difesa della Repubblica Islamica mentre tentava di violare lo spazio aereo o di sferrare attacchi contro postazioni iraniane. Una disparità interpretativa che getta ulteriore benzina sul fuoco di un confronto già rovente e che richiederà giorni, se non settimane, per essere chiarita attraverso le apposite commissioni d'inchiesta.
Il contesto bellico: raid in Libano e la chiusura dello Stretto di Hormuz
Sullo sfondo di questo incidente, che per i tecnici militari solleva non poche perplessità circa l'interoperabilità tra alleati, il conflitto ha continuato a mietere vittime e a estendere la propria ombra su nuovi fronti. In Libano, l'esercito israeliano ha lanciato ordini di evacuazione immediati per le popolazioni civili del sud, intensificando i bombardamenti su quelle che ha definito come strutture riconducibili ad Hezbollah, con un bilancio provvisorio che parla di 31 morti e 149 feriti, secondo i dati forniti dal ministero della Salute libanese. Un portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) ha ammonito chiunque si trovi in prossimità di postazioni del Partito di Dio, sottolineando come la propria vita sia in grave pericolo, legittimando di fatto la campagna di attacchi preventivi. Nel frattempo, la tensione ha raggiunto il suo picco massimo nello Stretto di Hormuz, uno dei colli di bottiglia più cruciali per il trasporto marittimo del petrolio mondiale, dove il blocco navale imposto dall'Iran sta di fatto paralizzando il transito delle petroliere, facendo schizzare verso l'alto le quotazioni dell'oro nero sui mercati internazionali e gettando nello sconforto le economie già provate dei paesi del Golfo.
La posizione di Trump e le ripercussioni diplomatiche
Mentre le operazioni militari proseguivano senza sosta e le sirene continuavano a ululare nelle città israeliane e dei paesi del Golfo, dalla Casa Bianca è arrivata la voce del presidente Donald Trump, il quale ha lanciato un messaggio che ha del clamoroso. Paragonando la situazione iraniana a quella venezuelana, dove il solo leader Nicolás Maduro è stato rimosso con l'azione militare americana, Trump ha ipotizzato che, con la morte dell'ayatollah Ali Khamenei, gran parte del governo di Teheran potrebbe rimanere al proprio posto e optare per una collaborazione pragmatica con Washington. Una dichiarazione che ha suscitato immediato scalpore e che sembra suggerire una strategia volta a decapitare il vertice del regime per favorire una transizione dall'interno, senza dover abbattere l'intera architettura statale. Dichiarazioni, queste, che arrivano in un momento di massima fibrillazione e che lasciano presagire possibili aperture, ma anche il rischio di ulteriori incomprensioni in un quadro mediorientale già di per sé complesso e saturo di attori pronti a interpretare le parole del leader americano come un via libera o, al contrario, come un ulteriore atto di ostilità.




