Telemarketing, l’agcom prova a smascherarlo con tre cifre: «basteranno per capire se rispondere»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   «Pronto, chi parla?». Quante volte, sollevando il ricevitore o guardando il display, abbiamo pronunciato questa frase con un misto di diffidenza e rassegnazione? Quel numero sconosciuto – fosse un cellulare o un fisso – potrebbe nascondere la segreteria dell’ospedale che deve comunicare un esito, l’ufficio tecnico del comune, o magari la banca con un alert su una presunta anomalia. Oppure, ed è la circostanza più frequente, un call center che ha acquistato il nostro contatto per proporci un contratto della luce, una depurazione dell’acqua o una promozione telefonica. È un piccolo, fastidioso rito quotidiano che spinge molti a non rispondere più; ma così, a essere penalizzati, sono proprio quei servizi essenziali che avremmo dovuto riconoscere al primo sguardo.

Una delibera che cambia le regole del gioco

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha appena varato un provvedimento destinato a rivoluzionare questo meccanismo perverso. L’ente, che da anni cerca di arginare il fenomeno del telemarketing selvaggio, ha scelto una strada semplice ma potenzialmente efficace: imporre a chi chiama per scopi commerciali – o anche a banche e pubblica amministrazione, quando si rivolgono ai clienti – di utilizzare esclusivamente numeri a tre cifre. Quelle stesse tre cifre, lo si ricorderà, che già contraddistinguono i servizi di assistenza clienti nel settore delle telecomunicazioni. Un codice breve, insomma, che diventa una sorta di targa identificativa.

Come riconoscere (finalmente) una chiamata lecita

Il meccanismo è lineare, almeno sulla carta. Se l’utente vede comparire sul proprio schermo un numero composto da tre sole cifre, sa che dall’altra parte c’è un soggetto legittimato: può trattarsi di un operatore di telemarketing regolarmente iscritto al Registro delle comunicazioni, di una banca che lo ha già avvertito di una verifica, oppure di un ufficio pubblico che deve notificargli qualcosa. Viceversa, se il numero è lungo, geografico o anonimo, il sospetto di una chiamata molesta o fraudolenta deve essere massimo. Nessuna più confusione tra l’offerta commerciale e l’avviso importante. In un colpo solo, l’Agcom spera di restituire alle persone la capacità di scegliere consapevolmente se rispondere o no, senza quel tarlo mentale del «e se fosse una truffa ben architettata?».

Addio telemarketing selvaggio, benvenuta trasparenza

Delle decine di telefonate indesiderate che riceviamo ogni mese, una larga fetta è costituita dai call center che agiscono al limite della legalità, se non oltre. Alcuni di loro utilizzano persino tecniche di spoofing, cioè la falsificazione del numero visualizzato, per indurci a rispondere. Con l’obbligo dei tre cifre, invece, l’Autorità intende costruire un argine anche a questa deriva: qualsiasi operatore del settore, per vedersi assegnare un codice breve, dovrà rispettare parametri stringenti di identificazione e lotta alle frodi. Non sarà più possibile nascondersi dietro un prefisso casuale. E per l’utente finale, la differenza sarà netta: quel «3-2-1» (esempio puramente ipotetico) significherà «rispondi pure, è una chiamata autorizzata». Ogni altra combinazione, meglio lasciarla squillare.

Cosa manca all’appello (e qualche nodo ancora da sciogliere)

Resta da vedere come reagiranno i grandi player del teleselling, che finora hanno fatto del numero mutevole e spesso irrintracciabile una leva di mercato. L’Agcom si è mossa con una delibera che ha carattere vincolante, ma la sua efficacia dipenderà dai controlli e dalle sanzioni. Senza un sistema di vigilanza efficace, qualche operatore meno trasparente potrebbe tentare di aggirare l’obbligo o di procurarsi indebitamente un codice a tre cifre. Per ora, però, il segnale politico e normativo è chiaro: il tempo delle chiamate-fantasma è contato. Basteranno tre cifre, promette l’Autorità, per separare il grano buono delle comunicazioni necessarie dalla zizzania del telemarketing molesto.

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