Manuela Bianchi ricoverata per abuso di calmanti: «Non ha retto la gogna mediatica»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un gesto autolesionista compiuto al culmine di una pressione psicologica divenuta, per sua stessa ammissione, insostenibile. Manuela Bianchi, nuora di Pierina Paganelli e figura centrale nel processo per l'omicidio della pensionata, è stata ricoverata d'urgenza nella notte tra sabato e domenica all'ospedale di Rimini dopo aver assunto due flaconi di un farmaco a base di benzodiazepine, prescrittole per l'ansia.

La donna, soccorsa in codice rosso dal 118 mentre si trovava nell'abitazione del padre in via del Ciclamino, è stata sottoposta a lavanda gastrica e, sebbene non sia in pericolo di vita, i medici stanno valutando il suo trasferimento in una struttura specializzata per affrontare il grave stato di fragilità psicologica in cui versa.

Il peso di una testimonianza chiave

A dare una chiave di lettura dell'accaduto è lo stesso referto medico che, nel parlare di gesto autolesionista, riporta le parole della donna, la quale avrebbe confidato ai sanitari di non aver più retto il peso della gogna pubblica.

Bianchi, che per oltre due anni e mezzo ha vissuto al centro di uno dei casi di cronaca nera più seguiti d'Italia, è stata la testimone principale dell'accusa nel processo che si è concluso il 9 giugno con l'assoluzione di Louis Dassilva, l'ex amante con cui aveva avuto una relazione sentimentale e per il quale era stata indagata per favoreggiamento.

La sentenza della Corte d'Assise di Rimini, che ha rimesso in libertà l'uomo, lungi dal chiudere la vicenda, ha riacceso i riflettori sulla sua figura e sulla sua famiglia, inasprendo le critiche e le insinuazioni già diffuse sui social e nei media.

«Oltre 32 mesi di attacchi e delegittimazione»

I legali di Manuela Bianchi, lo studio dell'avvocata Nunzia Barzan e del consulente Davide Barzan, hanno rotto il silenzio con una nota ufficiale nella quale descrivono una situazione di costante esposizione mediatica che si è trasformata in un vero e proprio stillicidio psicologico. Secondo quanto scritto dai difensori, «da oltre 32 mesi la nostra assistita è oggetto di una costante esposizione, di giudizi sommari e campagne di delegittimazione sviluppatesi tanto sui mezzi di comunicazione quanto sui social network».

Un fenomeno che, come sottolineano gli stessi legali, avrebbe subito «un'ulteriore e significativa escalation» nei giorni successivi all'assoluzione di Dassilva, con un'intensificazione degli attacchi mediatici e delle aggressioni verbali che hanno finito per minare in modo devastante il suo equilibrio psichico.

Un appello alla responsabilità collettiva

Lo studio Barzan, nel denunciare il clima di pressione sociale che ha avvolto la donna, lancia un appello alla responsabilità collettiva, chiedendo a media e utenti del web di porre un freno a qualsiasi forma di delegittimazione personale.

«Riteniamo doveroso richiamare tutti al rispetto della dignità della persona, della sua integrità psicofisica e dei principi fondamentali di civiltà giuridica che impongono di evitare ogni forma di gogna mediatica» si legge nella nota, che sottolinea come il ricovero sia la diretta conseguenza di una situazione che ha avuto un impatto gravemente peggiorativo sulle sue condizioni di salute.

In questa fase, la difesa ha assicurato che vigilerà con attenzione affinché ogni condotta lesiva dell'onore e dell'equilibrio psicologico della propria assistita venga valutata nelle opportune sedi legali, ribadendo che la tutela della salute e della riservatezza costituisce un diritto fondamentale al di là di qualsiasi valutazione sulla vicenda processuale.

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