Un centro medico colpito a Tiro e un riservista ucciso da un drone: i due volti della nuova crisi al confine libanese

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’aria intorno al confine tra Israele e Libano si fa nuovamente irrespirabile, e i fatti degli ultimi giorni – lo si potrà constatare – ne sono una prova inequivocabile. A Srifa, nella periferia di Tiro, l’esercito israeliano ha bombardato un centro medico affiliato al ministero della Salute libanese, un’azione che rientrerebbe nella tattica definita «double-tap»: un primo attacco seguito, a distanza di tempo, da un secondo contro gli stessi soccorritori. Il bilancio, per fortuna limitato rispetto ad altre stragi, parla di un morto e cinque feriti; la vittima è un volontario che, insieme ad altri giovani, aveva ricevuto l’autorizzazione a operare da Unifil, il contingente Onu incaricato di fare da cuscinetto tra i due eserciti. Quella struttura, va detto, era stata allestita proprio per curare i feriti degli attacchi precedenti: una circostanza che ne rende ancor più drammatico il senso.

Un volontario tra le macerie e il cordoglio che non placa le ostilità

L’attacco al centro medico di Srifa non è un episodio isolato, ma si inserisce in una sequenza che ormai da mesi vede il sud del Libano trasformarsi in un bersaglio sistematico. Poche ore prima, a Kfar Dunin – sempre nel Sud – un raid aereo israeliano ha raso al suolo una casa abitata, provocando sei morti e sette feriti, come riferito dall’agenzia di stampa ufficiale libanese. I corpi delle vittime sono stati trasportati negli ospedali di Tiro, dove il personale sanitario – già provato da precedenti bombardamenti – ha dovuto fare i conti con un’altra emergenza. Nel frattempo, l’esercito israeliano ha intimato via social media l’evacuazione degli abitanti di Sohmor, una piccola località nella Valle della Bekaa, segno inequivocabile che nuovi raid sono in preparazione.

Il drone in fibra ottica che sfida le difese elettroniche

Dal lato israeliano, il conto delle perdite è altrettanto pesante. A Petah Tikva, lunedì 11 maggio, parenti, amici e commilitoni hanno dato l’ultimo saluto ad Alexander Glovanyov, un riservista dell’Idf di 47 anni, ucciso domenica al confine. L’uomo, autista del 6924º Battaglione del Centro Trasporti, lascia la moglie Marina e due figli. A ucciderlo, un drone di Hezbollah: ma non uno qualunque. La formazione sciita ha infatti messo a punto una nuova arma, piccoli droni controllati tramite cavi in fibra ottica dello spessore di un filo interdentale. Questi cavi, spiegano gli analisti, rendono i velivoli immuni ai sistemi di rilevamento elettronico e alle contromisure basate sulle onde radio, perché il segnale di controllo viaggia fisicamente lungo il filo. Una tecnologia low-tech, ma letale.

Una tregua fragile e il rinvio (formale) a una pace condizionata

La fragile tregua in vigore da mesi – già messa a dura prova da continui scambi di colpi – si sgretola dunque sotto i colpi incrociati di droni, raid aerei e bombardamenti tattici. Il governo libanese, in un gesto che appare più formale che sostanziale, ha aperto alla possibilità di una futura pace con Israele, ma solo a precise condizioni: quelle relative ai confini e al controllo del territorio. Una dichiarazione che, allo stato attuale, non ha fermato né le evacuazioni ordinate dalle Idf né i lanci di proiettili da una parte e dall’altra della Linea Blu. Mentre i volontari del centro medico di Srifa seppelliscono il loro compagno, e i familiari del riservista Glovanyov osservano il lutto, il confine settentrionale di Israele e il sud del Libano restano una polveriera aperta.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.