L’attacco all’isola di Kharg, il centro medico libanese nel mirino e il conto alla rovescia per il petrolio

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivendicato personalmente l’esecuzione di uno dei raid aerei piú potenti mai condotti in Medio Oriente, concentrato sull’isola iraniana di Kharg, il principale hub petrolifero della Repubblica islamica dal quale transita, secondo stime concordanti, circa il 90 per cento del greggio esportato da Teheran. L’operazione, annunciata nella notte sul suo social Truth poche ore prima di imbarcarsi sull’Air Force One alla volta della Florida, ha portato alla distruzione di quelli che il Comando Centrale degli Stati Uniti ha definito come obiettivi esclusivamente militari: stando alle prime ricostruzioni, diffuse anche dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sarebbero state colpite una postazione della difesa aerea, una base navale e alcune strutture aeroportuali, inclusa la torre di controllo e un hangar per elicotteri utilizzato da una società petrolifera offshore. Fonti locali hanno riferito di almeno quindici esplosioni udite sull’isola, mentre una densa colonna di fumo si levava dalle aree bombardate, ma lo stesso Trump ha precisato di avere volontariamente risparmiato, per ragioni di decenza, le infrastrutture vitali legate all’oro nero, quelle che costituiscono il vero tesoro del regime. Una scelta, quella di non spazzare via gli impianti petroliferi, che il presidente americano ha però presentato come revocabile in qualsiasi momento: se l’Iran o qualsiasi altro attore dovesse interferire con il libero e sicuro transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, ha avvertito Trump, la decisione verrebbe immediatamente riconsiderata, aprendo la strada a una nuova e piú devastante fase del conflitto.

Le vittime tra i soccorritori e la replica di Teheran

Mentre l’attenzione internazionale rimaneva concentrata sulle conseguenze dell’attacco all’isola di Kharg, un altro fronte di tensione ha continuato a mietere vittime tra i civili e il personale sanitario in Libano. Il Ministero della Salute libanese ha reso noto che un attacco aereo israeliano ha centrato un centro sanitario nel villaggio di Burj Qalaouiyah, situato nel distretto meridionale di Bint Jbeil, provocando la morte di dodici operatori sanitari, tra medici, paramedici e infermieri che si trovavano in servizio. Il bilancio, hanno precisato le autorità, è da considerarsi ancora provvisorio, poiché le squadre di soccorso stanno continuando le ricerche tra le macerie per escludere la presenza di dispersi, e si tratta del secondo episodio in poche ore che vede il settore sanitario direttamente preso di mira: in precedenza, un altro raid israeliano aveva colpito un centro di pronto soccorso nel villaggio meridionale di Souaneh, uccidendo due paramedici e ferendone altri cinque. Dall’Iran, intanto, è arrivata una risposta chiara e minacciosa: il portavoce del quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya, citato dai media statali, ha avvertito che qualsiasi attacco alle infrastrutture petrolifere, economiche o energetiche del paese provocherebbe la distruzione immediata di tutti gli impianti collegati agli Stati Uniti nella regione, trasformandoli in un cumulo di cenere. Una minaccia, questa, che allarga ulteriormente lo spettro di un’escalation capace di coinvolgere gli alleati americani nel Golfo e di paralizzare di fatto i flussi energetici globali.

Il nodo russo e le difficoltà economiche di Mosca

Sullo sfondo di questa crisi mediorientale, che ha visto nelle settimane precedenti all’attacco del 28 febbraio una crescente tensione tra Stati Uniti e Iran, emerge un elemento di debolezza strutturale che riguarda un altro attore chiave dello scacchiere internazionale, la Russia, seppur non direttamente coinvolta nel raid. Il ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, aveva recentemente lanciato un allarme destinato a rimanere forse inosservato tra i fragori della preparazione bellica, spiegando come il governo di Mosca si trovi a dover fare i conti con una mancanza cronica di risorse nel bilancio statale. Le entrate derivanti da petrolio e gas, aveva dettagliato Siluanov, si sono letteralmente dimezzate a gennaio rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, attestandosi sull’equivalente di circa 5,1 miliardi di dollari, e le previsioni per febbraio non lasciavano presagire alcun miglioramento. Una situazione talmente critica da mettere a rischio la tenuta del Fondo sovrano nazionale, quella riserva di liquidità a cui Mosca attinge per tamponare le spese non coperte dalle entrate ordinarie e che, ai ritmi attuali, rischierebbe di esaurirsi in poco piú di un anno. Una difficoltà finanziaria che, seppur distante geograficamente dalle acque del Golfo, contribuisce a ridisegnare gli equilibri di potere e le alleanze in un momento in cui ogni attore, dall’America all’Iran passando per Israele e i paesi del Golfo, cerca di imporre la propria linea.

Le dinamiche del raid e la strategia comunicativa

La narrazione dell’attacco, come spesso accade in contesti di guerra, si è subito frammentata in versioni contrastanti, soprattutto per quanto riguarda l’entità dei danni subiti dall’isola di Kharg. Da un lato, l’agenzia di stampa iraniana Fars ha prontamente smentito che le infrastrutture petrolifere abbiano subito alcun danno, confermando implicitamente che i bersagli erano effettivamente militari e circoscritti. Dall’altro lato, la comunicazione della Casa Bianca, affidata direttamente ai toni enfatici del presidente Trump, ha puntato a sottolineare la potenza inaudita dell’operazione, definita una delle piú devastanti nella storia del Medio Oriente, e la capacità americana di colpire con precisione il gioiello della corona iraniana senza però provocare una catastrofe umanitaria legata alla distruzione delle riserve energetiche. Una scelta, quella di non attaccare il petrolio, che appare tattica oltre che declinata in termini di decenza: mantenere in vita l’infrastruttura significa preservare una leva di ricatto potentissima, pronta a essere utilizzata nel momento in cui l’Iran dovesse tentare di chiudere i rubinetti dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una fetta significativa del greggio mondiale. La minaccia iraniana di colpire gli impianti statunitensi nella regione rappresenta la diretta conseguenza di questo braccio di ferro, in cui ogni mossa militare è anche un messaggio rivolto ai mercati energetici e agli alleati regionali di Washington, chiamati ora a schierarsi o a pagare un prezzo altissimo in termini di sicurezza nazionale e stabilità economica.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.