Svizzera, il voto sul tetto ai residenti che puo' cambiare i rapporti con l'Ue
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Redazione Esteri
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LUGANO – La Confederazione elvetica, che pure si trova da sempre al centro dell’Europa senza esserne ufficialmente parte, si appresta a vivere una domenica decisiva, quella del 14 giugno, destinata a lasciare un segno profondo sui fragili equilibri che regolano la sua convivenza con il resto del continente.
Gli svizzeri sono chiamati alle urne per esprimersi sull’iniziativa popolare "No a una Svizzera da 10 milioni!", un testo promosso dall'Unione democratica di centro (Udc) che, come molti osservatori hanno notato, potrebbe innescare un effetto domino paragonabile – seppur con le dovute differenze – alla Brexit voluta dal Regno Unito nel lontano 2016.
Sebbene Berna non faccia parte dell’Unione europea, e quindi non possa "uscirne" tecnicamente come fece Londra, un’eventuale approvazione del referendum equivarrebbe a una sconfessione pubblica di quei principi, a partire dalla libera circolazione delle persone, che l’Ue propugna da decenni come cardine irrinunciabile della propria architettura politica ed economica.
Il meccanismo del tetto: come funziona la "ghigliottina demografica"
A differenza di quanto accaduto in passato con altre consultazioni, questa proposta si distingue per la sua portata tecnica senza precedenti: non si tratta semplicemente di inasprire le politiche di asilo, ma di introdurre per la prima volta al mondo un limite demografico fisso nella legislazione costituzionale.
L'iniziativa, sostenuta con determinazione dalla destra conservatrice guidata da Thomas Matter, fissa un obiettivo chiaro: la popolazione residente permanente non deve superare i 10 milioni di persone entro il 2050, una soglia che gli esperti demografici ipotizzano potrebbe essere raggiunta già nei primi anni Quaranta. Il vero allarme, però, scatterebbe molto prima, al superamento della quota di 9,5 milioni di abitanti, un evento previsto indicativamente intorno al 2030.
Una volta varcata quella soglia, il Consiglio federale sarebbe obbligato a intervenire con una serie di misure restrittive, mirate inizialmente a limitare l'accoglienza dei richiedenti asilo – i quali non potrebbero più ottenere un permesso di domicilio stabile – e a restringere drasticamente le possibilità di ricongiungimento familiare per i lavoratori stranieri già presenti sul territorio.
La clausola Ue e lo spettro della fine della libera circolazione
Il cuore politico della questione, tuttavia, non risiede tanto nei numeri – sebbene la pressione sugli alloggi e sui trasporti sia tangibile – quanto nelle drammatiche conseguenze internazionali previste dalla cosiddetta "clausola di ultima istanza". Se, nonostante le restrizioni interne, la popolazione dovesse raggiungere quota 10 milioni, la Confederazione avrebbe due anni di tempo per riportare i conti in regola; qualora ciò non avvenisse, sarebbe costretta a disdire formalmente l'Accordo sulla libera circolazione delle persone con l'Unione Europea.
Un simile scenario, paventato con insistenza dal fronte del "no" che schiera contro il testo partiti, sindacati e associazioni datoriali, avrebbe l'effetto immediato di innescare la "clausola ghigliottina" presente negli accordi bilaterali: la fine del pacchetto sulla libera circolazione trascinerebbe con sé il collasso di altri accordi fondamentali, complicando l'accesso di aziende e professionisti al mercato unico e minando la partecipazione della Svizzera all'area Schengen.
Per l'economia, già provata dalle tensioni commerciali globali e da una manifattura che dipende in larga parte da tecnici frontalieri (soprattutto italiani), si tratterebbe di un colpo forse fatale; basti pensare che oltre il 27% della popolazione residente è straniera e che settori come la sanità, l'hotellerie e la ricerca farmaceutica non potrebbero sopravvivere senza il ricorso a manodopera qualificata proveniente dall'Europa.
Una campagna spaccata tra sostenibilità e pragmatismo economico
La campagna referendaria, costata oltre 15 milioni di franchi, ha visto contrapposte due visioni in netto contrasto, con l’Udc rimasta sostanzialmente sola a difendere il provvedimento contro il resto dell’arco parlamentare e il Governo guidato da Beat Jans.
Da un lato, i sostenitori del "sì" dipingono una Svizzera ormai satura, alle prese con un’impennata dei canoni d’affitto, una cronica carenza di alloggi, treni stipati e un’impressione diffusa di "perdita di controllo" sui flussi migratori, arrivando a sostenere che il Paese sia come un recipiente da un litro in cui si cerca di versare tre litri d’acqua.
Dall’altro lato, il fronte del "no" – che annovera economisti, imprenditori come Severin Schwan di Roche e persino l’Organizzazione degli Svizzeri all’estero – ribatte che questa visione è miope e dannosa: limitare l’accesso ai lavoratori non risolverebbe i problemi strutturali (come la mancanza di case, dovuta più a scelte edilizie sbagliate che alla pressione migratoria), ma si limiterebbe a esportare il problema, trasformando la Confederazione in una "fortezza" isolata e in balia di un mondo sempre più instabile. Gli ultimi sondaggi pubblicati dall'istituto gfs.
Bern, sebbene mostrino un leggero vantaggio per il fronte dei contrari attestato intorno al 52%, confermano un sostanziale equilibrio e un’alta percentuale di indecisi, lasciando aperta la possibilità di una sorpresa che farebbe tremare i mercati e i palazzi di Bruxelles.




