L’allarme degli studi: due bicchieri di vino al giorno aumentano del 25% il rischio di tumore al colon-retto

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Redazione Salute Redazione Salute   -   In Italia, il rapporto con l’alcolo – e in particolare con il vino – è da sempre improntato a una forma di indulgenza che sfiora il rituale. Bere a tavola, si è soliti ripetere, non solo è socialmente accettabile ma, se fatto con “moderazione”, assumerebbe persino connotati positivi per la salute. È un luogo comune che però, alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, mostra tutta la sua fragilità. Due bicchieri al giorno, una quantità che rientrerebbe a pieno Titolo in questa definizione di moderazione, sono infatti al centro di un’analisi epidemiologica che restituisce numeri difficili da ignorare: un aumento del rischio di tumore del colon-retto del 25 per cento. La ricerca, pubblicata sulla rivista *Cancer*, ha passato al vaglio i dati del grande studio statunitense Plco (Prostate, Lung, Colorectal and Ovarian Cancer Screening Trial), un’indagine che ha seguito per quasi due decenni oltre 88mila adulti, documentando nel periodo di osservazione 1.679 nuovi casi di questa neoplasia, tra le più diffuse e letali nel panorama oncologico globale.

Numeri, evidenze e il peso della “normalità” culturale

Il dato relativo al colon-retto rappresenta solo uno dei tasselli di un quadro più ampio, emerso con forza anche in occasione della sessione scientifica annuale dell’American College of Cardiology, tenutasi di recente a Washington. Qui sono stati presentati i risultati di uno studio che ha allargato lo sguardo, mettendo in relazione il consumo abituale di alcol con la mortalità generale. Le cifre parlano chiaro: rispetto a chi non beve o lo fa solo sporadicamente, chi consuma quantità elevate di alcol presenta una probabilità maggiore del 24 per cento di morire per qualsiasi causa. La forbice si allarga ulteriormente se si analizzano nello specifico i decessi oncologici – dove il rischio aggiuntivo tocca il 36 per cento – mentre si attesta al 14 per cento per le malattie cardiache, un dato che sfida l’idea, ancora radicata nell’immaginario collettivo, di un presunto effetto protettivo del consumo moderato sul cuore.

L’analisi dei dati: 88mila persone seguite per vent’anni

A rendere particolarmente solida l’impostazione della ricerca pubblicata su *Cancer* è la struttura stessa dello studio Plco, un trial di screening che per sua natura garantisce un lungo arco temporale di osservazione e una mole consistente di dati individuali. Gli oltre 88mila adulti coinvolti sono stati monitorati per un periodo compreso tra i 14 e i 20 anni, un lasso di tempo sufficiente a intercettare l’evoluzione di processi patologici che, come nel caso dei tumori, richiedono spesso una lunga latenza prima di manifestarsi clinicamente. La documentazione di 1.679 nuovi casi di cancro colorettale ha permesso ai ricercatori di isolare il fattore alcolico da altre variabili, quantificando con precisione l’incremento del rischio associato a quella che culturalmente viene ancora percepita come un’abitudine innocua. La soglia dei due bicchieri al giorno – che in Italia rappresenta per molti una consuetudine quotidiana, ancorata alla tradizione enogastronomica – è emersa come un punto critico, oltre il quale l’incidenza della malattia cresce in modo clinicamente rilevante.

L’elemento di distinzione tra le diverse tipologie di alcolici

Uno degli aspetti più approfonditi nel corso del convegno dell’American College of Cardiology riguarda invece la possibile diversa impatto delle bevande alcoliche a seconda della loro natura. Se fino a qualche anno fa il dibattito si concentrava esclusivamente sul concetto di “dose”, oggi gli studiosi cominciano a interrogarsi sulla composizione chimica di ciò che si beve, ipotizzando che vino, birra e superalcolici possano interagire con l’organismo secondo meccanismi parzialmente diversi. Non si tratta, va precisato, di una distinzione che legittimi il consumo di una bevanda rispetto a un’altra; piuttosto, è un’ulteriore complicazione del quadro, che suggerisce come il rischio non dipenda solo dalla quantità di etanolo assunto ma anche da altri composti presenti nelle singole bevande. È un’ipotesi che apre a futuri approfondimenti, ma che già oggi conferma un principio: l’idea che il vino, per il solo fatto di essere consumato a tavola, rappresenti una scelta salutare, è priva di fondamento alla luce delle evidenze epidemiologiche più aggiornate.

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