Rapporto Gimbe, il Servizio sanitario perde 18,8 miliardi e 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure
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Redazione Interno
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Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire buoni esiti di salute, ma ha smarrito la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo. È il giudizio che accompagna il 9° Rapporto della Fondazione Gimbe, presentato il 7 ottobre alla Camera dei Deputati. A illustrare il documento è stato il presidente Nino Cartabellotta, secondo il quale il sistema «continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un'elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile», ma ha perso la capacità di assicurare cure tempestive ed eque.
Il conto economico di questo scarto è di 18,8 miliardi di euro: tante sono le risorse che, secondo la fondazione, sono mancate negli ultimi anni rispetto a quanto sarebbe stato necessario per mantenere in buona salute il sistema pubblico.
Il definanziamento strutturale certificato dal Documento di Finanza Pubblica
Il quadro tracciato dal rapporto si intreccia con i dati del Documento di Finanza Pubblica 2026, che non registrano inversioni di tendenza nel finanziamento del sistema. Il rapporto tra spesa sanitaria pubblica e prodotto interno lordo resta fermo al 6,4% fino al 2029, dopo essersi attestato al 6,3% nel 2025, invariato rispetto all'anno precedente. In valore assoluto, la spesa sanitaria prevista per il 2026 è di 148.522 milioni di euro, con un incremento di 6.983 milioni rispetto al 2025, pari al 4,9%.
Si tratta di un aumento nominale che non modifica la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità pubblica. La Fondazione Gimbe ha definito questa dinamica un «definanziamento strutturale», rilevando come l'Italia si collochi al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell'area Ocse per spesa sanitaria pubblica pro-capite e all'ultimo posto tra i membri del G7. La spesa pubblica italiana si attesta al 6,2% del Pil, contro una media Ocse ed europea del 7,1%, con un divario pro-capite rispetto alla media europea che supera i 36 miliardi di euro.
La spesa privata e il peso sulle famiglie
A fronte della stagnazione del finanziamento pubblico, cresce il peso della componente privata. Secondo la Relazione annuale al Parlamento della Corte dei conti, nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto 185 miliardi di euro, di cui il 74,7% a carico della Pubblica amministrazione e delle assicurazioni obbligatorie, il 22% a carico delle famiglie e il 3% a carico dei regimi volontari. La quota riferita alla componente privata colloca l'Italia tra le più elevate nel confronto con la media europea.
Nel 2024, per la prima volta dal 2020, la spesa sanitaria privata complessiva ha registrato una contrazione in termini nominali: in particolare si è ridotta la spesa out of pocket sostenuta direttamente dalle famiglie, pari a 1,1 miliardi di euro in meno rispetto al 2023, mentre è aumentata la spesa intermediata attraverso strumenti assicurativi, cresciuta di 0,5 miliardi di euro, con un incremento dell'8,4%. Un dato, quest'ultimo, che segnala come le famiglie italiane si stiano orientando sempre più verso forme di copertura integrative per far fronte alle spese sanitarie.
La non autosufficienza e il nodo delle risorse
Sul fronte dell'assistenza agli anziani non autosufficienti, il Fondo nazionale per la non autosufficienza dispone, a legislazione vigente, di 919.755.000 euro per il 2025, 934.570.000 euro per il 2026 e 1.108.470.000 euro per il 2027. All'interno di queste somme, 250 milioni di euro per ciascuna annualità sono specificamente destinati alla platea delle persone anziane non autosufficienti, mentre ulteriori 50 milioni sono finalizzati alle assunzioni di personale presso i Punti unici di accesso.
La quota residua, destinata in maniera indistinta alle persone con disabilità in condizione di non autosufficienza e agli anziani non autosufficienti, ammonta a 605.115.000 euro per il 2025, 619.930.000 euro per il 2026 e 793.830.000 euro per il 2027. Il nuovo sistema per la presa in carico e l'assistenza alle persone anziane non autosufficienti, introdotto dalla riforma, entrerà in vigore solo nel 2028, come previsto da un'ulteriore proroga contenuta nel decreto milleproroghe.
Il contenzioso sulle rette delle Rsa
Un fronte di tensione riguarda la copertura dei costi delle prestazioni residenziali di lungo assistenza per anziani non autosufficienti e disabili gravi. La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha costantemente ribadito negli ultimi dodici anni che tali costi debbano essere a carico del Servizio sanitario nazionale, anche quando l'erogazione avvenga in regime di lungo assistenza. Le rette mensili delle Rsa si attestano generalmente tra i 3.000 e i 4.000 euro.
Un emendamento presentato in Senato al disegno di legge sulle prestazioni sanitarie propone di modificare l'articolo 30 della legge 730 del 1983, limitando la copertura del fondo sanitario nazionale alle sole attività di rilievo sanitario «anche se connesse» con quelle socio-assistenziali, con effetto retroattivo anche sui procedimenti giurisdizionali in corso.
Secondo i critici, tra cui l'Associazione Coscioni, l'attribuzione retroattiva di un'interpretazione restrittiva degli oneri a carico del Servizio sanitario rischia di compromettere il diritto alla tutela sociosanitaria di soggetti particolarmente vulnerabili.
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