Jimmy Kimmel, smontato lo studio a Los Angeles: la bufera politica tra Trump e Disney

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A Los Angeles hanno avuto inizio le operazioni per lo smontaggio tecnico dello studio che, fino a pochi giorni fa, ospitava il programma "Jimmy Kimmel Live!". La sospensione del talk show, come noto, è seguita alle aspre polemiche scatenate da un monologo nel quale il conduttore ha pesantemente ironizzato sull’attivista conservatore Charlie Kirk e, non di meno, sul presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Una decisione, quella di interrompere le trasmissioni, che ha immediatamente varcato i confini dell’intrattenimento per approdare nel cuore del dibattito politico nazionale, sollevando questioni spinose sulla libertà d’espressione e sulle pressioni esterne.

Donald Trump, intervistato nel corso della sua visita di stato nel Regno Unito, ha categoricamente respinto l’idea che la fine dello show possa essere interpretata come un atto di censura. Il Presidente ha invece fornito una spiegazione diametralmente opposta, attribuendo la chiusura a mere ragioni di mercato. “Jimmy Kimmel non è stato censurato, l'hanno cacciato via perché non ha talento”, ha dichiarato Trump, aggiungendo che “potete pure invocare la libertà di espressione, ma la realtà è che è proprio scarso”. Secondo la sua ricostruzione, le “cose orribili” dette sulla morte di Charlie Kirk non sarebbero dunque la causa principale, bensì gli ascolti “molto bassi” e una presunta mancanza di talento.

La bufera, tuttavia, non si è limitata alle parole del Presidente. Secondo alcune indiscrezioni riportate da diverse testate, la decisione di sospendere il programma sarebbe stata presa in prima persona da Bob Iger, amministratore delegato della Walt Disney Company, proprietaria della ABC. Iger, che ha ripreso le redini del colosso dell’intrattenimento alla fine del 2022 dopo averlo già guidato per un lungo periodo, si trova ora nell’occhio del ciclone, accusato da più parti di essersi “inginocchiato” alle pressioni di Trump e dell’ambiente conservatore, scegliendo una linea di appeasement per evitare ripercussioni più ampie.

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