Caldo e siccità, le dighe siciliane perdono 40 milioni di metri cubi in un mese
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Nell’arco di trenta giorni, tra il primo giugno e il primo luglio, le dighe siciliane hanno visto diminuire le proprie riserve idriche di quasi 41 milioni di metri cubi, un dato che fotografa con precisione la stretta tra i consumi estivi e un’evaporazione crescente, spinta da temperature che ormai da settimane si mantengono su valori decisamente elevati.
A tracciare questo bilancio sono i dati diffusi dall’Autorità di bacino del distretto idrografico della Sicilia, che al primo luglio registravano nei trenta invasi attivi – su un totale di quarantacinque strutture presenti sull’isola – un volume complessivo di 566,78 milioni di metri cubi d’acqua, in calo rispetto ai 607,49 milioni del mese precedente.
Una flessione del 6,7 per cento che, se paragonata allo stesso periodo dello scorso anno, quando gli stessi bacini contenevano appena 359 milioni di metri cubi, rivela però un quadro complessivamente meno drammatico, grazie alle abbondanti piogge che hanno caratterizzato l’inverno e la primavera scorsi.
Eppure il dato della perdita, pari a 40,71 milioni di metri cubi in un solo mese, non può essere sottovalutato, perché il rialzo termico costante e l’assenza di precipitazioni significative stanno già mettendo a dura prova il sistema idrico regionale, in un momento in cui la domanda, tra usi agricoli, civili e industriali, tende fisiologicamente a salire.
Il peso dell’evaporazione e il confronto con il 2025
La riduzione delle scorte non dipende unicamente dai prelievi per l’irrigazione o per gli acquedotti, perché una quota sostanziale di quest’acqua, stimata dagli esperti in circa il 15 per cento del calo complessivo, viene semplicemente restituita all’atmosfera per via dell’evaporazione, un fenomeno che con il caldo record di queste settimane assume un’incidenza sempre più rilevante.
Le temperature elevate, che già a giugno avevano superato abbondantemente le medie stagionali, hanno accelerato il processo di evaporazione superficiale, soprattutto nei bacini meno profondi o con una maggiore esposizione al sole, contribuendo a erodere quel margine di sicurezza che all’inizio dell’estate sembrava garantito dagli accumuli invernali.
A dare una prospettiva diversa è però il raffronto con l’anno precedente, perché se al primo luglio 2025 gli invasi funzionanti contenevano 359 milioni di metri cubi, la cifra attuale supera di oltre 200 milioni quella soglia, segnando un miglioramento che ha permesso alla Regione di affrontare la stagione calda con riserve decisamente più ampie.
La fotografia scattata dalla Regione siciliana e caricata il 23 luglio, che conferma i dati dell’Autorità di bacino, evidenzia dunque una situazione di partenza favorevole, ma la velocità con cui le risorse stanno diminuendo impone di monitorare con attenzione l’evoluzione delle prossime settimane, perché un ulteriore prolungamento dell’ondata di calore potrebbe invertire rapidamente il trend positivo.
Dissalatori al lavoro, ma la rete fatica a reggere
Se a monte i numeri sembrano dare ragione alla strategia che punta sui dissalatori, come dimostra l’attività degli impianti di Porto Empedocle, Gela e Trapani, che a luglio hanno complessivamente immesso nella rete 664.416 metri cubi di acqua potabile, con una portata media aggregata di circa 248 litri al secondo, pari a oltre l’86 per cento della capacità teorica di 288 litri al secondo, a valle il quadro si complica per le difficoltà delle infrastrutture di distribuzione.
Le reti idriche, infatti, mostrano tutti i loro limiti nel trasportare e distribuire l’acqua prodotta dagli impianti, con perdite e inefficienze che riducono di fatto la quantità effettivamente disponibile per le utenze, vanificando in parte lo sforzo dei dissalatori e costringendo molti comuni a ricorrere a turnazioni e razionamenti.
La crisi delle dighe, insomma, non si risolve solo con l’aumento dell’offerta, perché il sistema di canalizzazione e adduzione, in molte zone dell’isola, non riesce a garantire una pressione e una continuità adeguate, specialmente nei periodi di picco dei consumi, quando la richiesta supera la capacità di erogazione degli acquedotti.
Questo divario tra capacità produttiva e distribuzione effettiva rappresenta uno degli aspetti più critici della gestione idrica siciliana, un problema annoso che le recenti precipitazioni abbondanti hanno solo temporaneamente mascherato, ma che il ritorno del caldo intenso riporta drammaticamente alla luce.
I numeri delle dighe e il nodo degli invasi inattivi
Il dato complessivo di 566,78 milioni di metri cubi distribuiti in trenta invasi attivi lascia intendere che quindici delle quarantacinque dighe siciliane risultano al momento fuori uso, per motivi che vanno dai problemi strutturali alle questioni legate alla manutenzione o all’interramento, un capitolo che incide pesantemente sulla capacità di accumulo complessiva e che limita la possibilità di trattenere l’acqua delle piogge invernali.
Tra i casi più emblematici, quello della diga Maddalusa, nel Palermitano, la cui situazione è stata più volte al centro di interrogazioni e rapporti tecnici, e che negli anni ha visto aggravarsi i fenomeni di insabbiamento, riducendo drasticamente la sua utilità, in un contesto dove l’abusivismo edilizio e le pratiche agricole non regolamentate hanno contribuito a peggiorare il deflusso idrico e l’apporto di sedimenti nei bacini.
La Regione, attraverso i propri uffici, sta cercando di mettere in campo interventi di manutenzione straordinaria e di ripristino funzionale per alcune di queste strutture, ma i tempi tecnici e le risorse economiche necessarie rendono l’operazione complessa, tanto che, nonostante le buone condizioni generali di partenza, la gestione dell’acqua rimane un tema delicato per l’intero territorio.
I dati, comunque, confermano che le scorte attuali sono largamente superiori a quelle dello scorso anno e che, almeno per il momento, non si prospetta uno scenario di emergenza assoluta, ma la rapidità con cui si sono consumati i 40 milioni di metri cubi in trenta giorni è un segnale che nessun addetto ai lavori può ignorare, perché la combinazione di caldo persistente, consumi elevati e reti inefficienti rischia di compromettere un equilibrio già di per sé fragile.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
