Francia al voto, il secondo turno delle amministrative decreta il nuovo volto di Parigi e misura le forze in campo per il 2027
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Redazione Esteri
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Le urne aperte in tutta la Francia per il secondo turno delle elezioni amministrative non rappresentano soltanto una competizione locale, ma costituiscono—come del resto era stato ampiamente previsto alla vigilia—una cartina di tornasole cruciale per il prossimo appuntamento con le presidenziali del 2027, ormai all’orizzonte. Con Emmanuel Macron destinato a lasciare l’Eliseo al termine del suo mandato, il voto di oggi assume una valenza squisitamente nazionale: misurerà, infatti, la capacità dei diversi schieramenti di costruire alleanze, consolidare i propri consensi e presentarsi come alternativa credibile alla guida del Paese. A differenza dei piccoli centri, dove la maggior parte dei sindaci è stata eletta già sette giorni fa, nelle grandi città—e Parigi in primis—il verdetto finale si decide solo oggi, in un clima di attesa tesa e con sfide che si annunciano sul filo del rasoio.
Parigi, il duello tra Dati e Grégoire si consuma dopo una campagna segnata dalle polemiche
Nella capitale francese, dove la sinistra governa ininterrottamente dal 2001, il ballottaggio si presenta come un testa a testa di altissima tensione. Da un lato c’è Emmanuel Grégoire, esponente socialista ed ex vice di Anne Hidalgo, che rappresenta la continuità della gauche pur mantenendo le distanze—e in questo sta la peculiarità della sua campagna—dalla France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon, rimasta formalmente fuori dall’alleanza cittadina. Dall’altro lato, spinta dal vento in poppa di un’inedita convergenza di forze, Rachida Dati, esponente della destra sostenuta dai Repubblicani ma anche dai macronisti, spera di riportare il municipio sotto il controllo della destra dopo un quarto di secolo di egemonia progressista. L’ago della bilancia potrebbe essere stato spostato dal ritiro, prima del secondo turno, della lista di estrema destra di Sarah Knafo, le cui preferenze—in assenza di indicazioni di voto diverse—sembrano destinare un flusso di voti proprio verso Dati, consolidandone così le chance.
La campagna elettorale parigina, tuttavia, non è stata priva di scintille istituzionali. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato lo stesso Grégoire, che nei giorni scorsi ha accusato Emmanuel Macron di essere “intervenuto a più livelli” per favorire l’uscita di scena di Knafo e, di conseguenza, l’ascesa di Dati. Un’accusa pesante di ingerenza nel processo democratico locale, respinta al mittente dal capo dello Stato con una certa veemenza. Arrivando al Consiglio europeo di Bruxelles, Macron ha bollato le dichiarazioni del candidato socialista come “prive di senso” e “insensate”, difendendosi dall’accusa di voler influenzare il voto. Una polemica che ha surriscaldato gli ultimi giorni di una competizione già di per sé tesissima, dove la posta in gioco va ben oltre la poltrona di sindaco, rappresentando invece un simbolo politico di prim’ordine per l’intero equilibrio nazionale.
Le divisioni a sinistra e le ambizioni della destra nel resto del Paese
Se Parigi catalizza l’attenzione principale, il resto della Francia offre un quadro politico altrettanto frammentato e interessante. La sinistra si presenta al voto con il freno a mano tirato: mentre in alcune città come Lione e Tolosa si sono siglate alleanze tattiche tra socialisti e LFI per arginare l’avanzata della destra o dell’estrema destra, in altri contesti—Parigi ne è l’esempio più eclatante, ma il fenomeno si ripete anche a Marsiglia—la divisione rimane netta. A Marsiglia, seconda città del Paese, il sindaco uscente di sinistra Benoît Payan ha visto allontanarsi lo spettro di una dispersione di voti a sinistra grazie al ritiro del candidato di LFI, consentendogli così di concentrare il fronte progressista in opposizione al candidato del Rassemblement National (RN).
Proprio il Rassemblement National, che sogna di conquistare importanti roccaforti per dimostrare la propria maturità amministrativa in vista del 2027, ha buone possibilità di espandere il proprio territorio. Dopo aver riconfermato la propria presenza a Perpignano, il partito di Marine Le Pen punta a risultati storici in città come Tolone e Nizza, dove il suo alleato Éric Ciotti è in corsa per la poltrona di sindaco. L’esito di queste consultazioni, in particolare nei grandi centri urbani, verrà letto dagli analisti come un indicatore preciso dell’umore degli elettori: se cioè la spinta verso le urne premierà le formule unitarie o se, al contrario, le divisioni interne ai singoli schieramenti avranno finito per favorire l’avanzata delle forze populiste.
Un test nazionale a bassa affluenza per gli aspiranti alla successione di Macron
Lo scenario di voto, che si è dipanato nel corso di queste due settimane, ha dovuto fare i conti con una partecipazione storicamente bassa. L’affluenza al primo turno, ferma al 57%, rappresenta il dato più basso per una tornata amministrativa in Francia, escludendo il dato anomalo del 2020 segnato dalla pandemia. Un segnale di disaffezione che preoccupa le forze politiche tradizionali, ma che non sminuisce l’importanza del risultato finale: i sindaci delle grandi città francesi, infatti, godono di una legittimazione politica e di una visibilità mediatica tali da influenzare gli equilibri futuri in vista della corsa all’Eliseo.
Tra i possibili candidati alla presidenza, l’esito di queste amministrative rappresenta un banco di prova obbligato. Se per Edouard Philippe, atteso trionfatore a Le Havre, la riconferma alla guida del municipio è un passaggio obbligato per lanciare la sua campagna nazionale, per gli altri leader l’analisi sarà più complessa: dovranno leggere nei numeri del voto la capacità di attrarre consensi oltre i propri confini ideologici. In un Paese che si avvia verso la fine dell’era Macron, il risultato delle urne di oggi—con le sue alleanze inaspettate e i suoi esiti a sorpresa—disegnerà le coordinate entro cui si muoveranno i protagonisti della prossima stagione politica francese.




