La notizia di un’offensiva curda mai partita e l’aut aut di Trump: “Con noi o con l’Iran?”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Per alcune ore, nella notte tra mercoledì e giovedì, il conflitto all’interno della Repubblica islamica è sembrato entrare in una nuova fase. Diversi media internazionali, raccogliendo fonti non verificate e dichiarazioni poi smentite, hanno lanciato la notizia di un’offensiva terrestre curda nel nord-ovest dell’Iran, precisamente nel Kurdistan orientale, quella regione che i curdi chiamano Rojhelat. Le voci si erano inseguite con insistenza, dipingendo lo scenario di colonne di peshmerga in movimento attraverso i valichi di montagna, pronte ad approfittare del caos seguito ai continui bombardamenti statunitensi e israeliani. Tuttavia, come spesso accade in queste fasi convulse, la realtà si è rivelata più sfumata e complessa. Un alto funzionario di una delle fazioni curdo-iraniane ha negato categoricamente l’inizio di qualsiasi operazione militare su larga scala, e il reporter di Axios che per primo aveva diffuso la notizia è stato costretto a rettificare, parlando di "notizie contrastanti". Ciò che resta, al di là della smentita, è la tensione palpabile lungo una frontiera che Teheran, memore del conflitto lampo del giugno 2025, ha iniziato a blindare con un muro alto tre metri, un’infrastruttura difensiva costellata di sensori e sistemi d’allerta per prevenire infiltrazioni.

Se i bombardamenti di Stati Uniti e Israele stanno scuotendo le fondamenta della repubblica sciita—e la morte del leader supremo, il ayatollah Ali Khamenei, nel primo giorno dei raid ha lasciato un vuoto di potere non indifferente—la variabile che potrebbe legittimare e dare concretezza all’intervento occidentale è proprio la possibile entrata in campo dei curdi iraniani. Un’eventualità evocata in queste ore dai media di mezzo mondo, alimentata da dichiarazioni e retroscena, anche se per il momento non ci sono segnali univoci che la minoranza curda, storicamente perseguitata dal regime, stia per scendere in campo in modo coordinato. I curdi iraniani contano una popolazione di circa dieci milioni di persone, una fetta non trascurabile dell’undici per cento della popolazione totale, distribuita tra le aspre montagne del Kurdistan occidentale. I loro gruppi armati, nonostante le divisioni interne e le diverse sigle, rappresentano comunque l’unica opposizione strutturata che, se mobilitata, avrebbe il potenziale per trasformare un attacco esterno in un conflitto interno dalle dimensioni etniche, politiche e regionali. Proprio per scongiurare questo pericolo, le autorità iraniane hanno intensificato le operazioni di sorveglianza e lanciato raid preventivi contro le basi dei gruppi curdi in Iraq, un atto di forza che dimostra quanto la questione sia considerata una spina nel fianco.

In questo clima di fibrillazione, è emerso con chiarezza il pressing della Casa Bianca. L’aut aut del presidente Donald Trump ai leader curdi iracheni e iraniani è stato perentorio: "Siete con noi o con l’Iran?". Una domanda secca, riportata da più fonti, che non lascia spazio a ambiguità e che è stata posta in colloqui diretti con figure di spicco come Bafel Talabani dell’Unione Patriottica del Kurdistan e Masoud Barzani del Partito Democratico del Kurdistan. Secondo quanto ricostruito dal Washington Post e da altre testate, Trump avrebbe offerto una "grande copertura aerea americana" in cambio dell’appoggio logistico e dell’apertura di un fronte terrestre. L’idea, che filtra dagli ambienti dell’intelligence, sarebbe quella di utilizzare i migliaia di combattenti curdi già posizionati lungo il confine per creare una testa di ponte in Iran, costringendo i Pasdaran a disperdere le proprie forze e ad affrontare una guerriglia interna mentre l’aviazione nemica continua a colpire obiettivi strategici. La CIA, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe già avviato programmi di fornitura di armi leggere, un sostegno che, se confermato, rappresenterebbe un salto di qualità nel conflitto.

La smentita del governo regionale del Kurdistan e la cautela curda

Di fronte a queste pressioni e alle voci di un’offensiva imminente, la reazione delle autorità curde in Iraq è stata cauta ma ferma. Peshawa Hawramani, portavoce del governo regionale del Kurdistan, ha rilasciato una dichiarazione netta per smentire qualsiasi coinvolgimento: "Le notizie che parlano di un nostro ruolo o le affermazioni secondo cui faremmo parte di un piano per armare e inviare partiti di opposizione curdi in territorio iraniano sono completamente infondate". Una presa di distanza obbligata, dettata dalla posizione estremamente delicata in cui si trova Erbil. Da un lato, c’è la richiesta implicita dell’alleato americano, difficile da ignorare; dall’altro, il timore concreto di una rappresaglia iraniana che potrebbe trasformare la regione autonoma in un campo di battaglia, vanificando anni di stabilità e sviluppo. La scelta delle parole, "deliberatamente e maliziosamente", lascia intendere come la semplice esistenza di queste voci venga percepita come un tentativo di trascinare il Kurdistan iracheno in un conflitto più grande, minando la sua neutralità e attirandosi le ire di Teheran.

L’incognita di una mossa ad alto rischio: il fattore turco e l’unità nazionale iraniana

La possibilità che la cosiddetta "carta curda" venga giocata sul tavolo del conflitto apre scenari di una complessità inaudita, con rischi che vanno ben oltre la mera operazione militare. Un’analisi approfondita non può ignorare la posizione della Turchia, storicamente nemica di qualsiasi avanzata curda che possa rafforzare i movimenti indipendentisti, visti come un'estensione del PKK. Se i combattenti curdi iraniani dovessero ottenere guadagni territoriali significativi, sostenuti da droni e intelligence israelo-americana, Ankara potrebbe sentirsi legittimata a intervenire militarmente nel nord dell'Iraq o addirittura in Iran, come già fatto in passato in Siria, per stroncare sul nascere la nascita di una nuova entità curda autonoma ai suoi confini. Questo innescherebbe una catena di reazioni potenzialmente incontrollabile, con conseguenze devastanti per l'equilibrio regionale. Inoltre, esiste un altro fattore, spesso sottovalutato dagli analisti occidentali, che gioca a sfavore di questa strategia: il sentimento nazionalista iraniano. Come osservano diversi esperti, anche molti iraniani che odiano il regime e desiderano un cambiamento potrebbero vedere di cattivo occhio un'offensiva curda sostenuta dall'estero, percepita non come una lotta di liberazione ma come una minaccia all'integrità territoriale del paese, riaccendendo un patriottismo che finirebbe paradossalmente per rafforzare il governo centrale di Teheran.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.