Israele allarga il conflitto: operazioni di terra nel sud del Libano. L’aut aut di Trump alla Nato sullo stretto di Hormuz
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Redazione Esteri
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Il tabellone della crisi mediorientale si arricchisce di una nuova, preoccupante pedina terrestre. Le Forze di Difesa israeliane hanno fatto irruzione nel sud del Libano, come confermato da una dichiarazione ufficiale diffusa nella giornata di oggi, lunedì 16 marzo. Si tratta, stando alla nota dell’esercito, di "operazioni di terra limitate e mirate" il cui obiettivo dichiarato è quello di colpire quelle che vengono definite le "principali roccaforti di Hezbollah" nella regione meridionale del paese dei cedri. L’iniziativa, spiegano i portavoce militari, rientra in una strategia più ampia volta a "stabilire una difesa avanzata", un concetto operativo che si traduce nello smantellamento delle infrastrutture considerate terroristiche e nella eliminazione degli elementi armati presenti sul territorio, al fine di creare un cuscinetto di sicurezza aggiuntivo per le popolazioni israeliane residenti nelle aree settentrionali dello Stato.
Parallelamente all’evolversi della situazione al confine libanese, il fronte interno israeliano continua a subire la pressione degli attacchi provenienti dall’Iran. Immagini registrate da telecamere a circuito chiuso, e successivamente diffuse, mostrano l’impatto di un missile iraniano su una strada di Tel Aviv. Gli artificieri della polizia israeliana, intervenuti sul posto per analizzare la dinamica, hanno attribuito l’esplosione a una delle cariche secondarie di una cosiddetta "cluster bomb", un ordigno a grappolo integrato nella testata del missile, che rilascia multipli sub-munizioni prima di essere neutralizzato; una frammentazione che, in questo caso, è riuscita a eludere in parte le maglie della difesa aerea.
La pressione di Trump sugli alleati Nato: partecipazione o declino
Mentre il teatro di guerra si espande con l’incursione in Libano, la crisi marittima nello Stretto di Hormuz assume i contorni di uno spartiacque diplomatico per l’alleanza atlantica. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha infatti lanciato un ultimatum senza precedenti ai partner europei della Nato, condizionando il futuro stesso dell’alleanza alla loro partecipazione attiva nelle operazioni di sicurezza lungo quella via d’acqua cruciale per il trasporto del petrolio. In un’intervista telefonica rilasciata al Financial Times, e ripresa poi da diverse agenzie di stampa, Trump ha delineato uno scenario netto: se i membri dell’alleanza non risponderanno positivamente alla richiesta di inviare mezzi navali, come dragamine, per liberare e proteggere lo Stretto dalle incursioni iraniane, il destino della Nato sarà "molto negativo".
Il presidente americano, tornato alla Casa Bianca, ha argomentato la sua posizione richiamando il principio dei benefici e dei relativi oneri. L’Europa, ha sottolineato, è tra i principali beneficiari del libero transito delle petroliere attraverso Hormuz e, di conseguenza, dovrebbe contribuire in modo sostanziale alla difesa di questa rotta. A bordo dell’Air Force One, Trump ha definito l’operazione richiesta una "impresa di modesta entità", soprattutto alla luce del fatto che, a suo dire, le capacità missilistiche e dei droni di Teheran sarebbero state già ampiamente ridimensionate. Ha poi aggiunto di aver già contattato "circa sette Paesi" per saggiarne la disponibilità, ricevendo risposte altalenanti tra il consenso e una più cauta riluttanza.
Un passaggio particolarmente aspro del confronto con gli alleati ha riguardato il Regno Unito. Trump ha espresso pubblicamente il suo disappunto nei confronti del primo ministro britannico Keir Starmer, criticando la tempistica dell’offerta di supporto navale da parte di Londra. Il presidente ha lamentato che l’aiuto britannico sia stato proposto solo dopo che le forze statunitensi e israeliane avevano di fatto già neutralizzato gran parte della capacità offensiva iraniana lungo le coste. "Abbiamo bisogno di queste navi prima di vincere, non dopo", ha dichiarato Trump, rievocando la sua storica percezione della Nato come di un’alleanza a senso unico, dove gli Stati Uniti hanno spesso garantito sostegno senza ricevere la medesima prontezza in cambio. La richiesta americana, che include anche la possibilità di colpire postazioni nemiche sulla costa iraniana, si inserisce così in un quadro di crescente tensione diplomatica, dove la gestione della crisi in Medio Oriente diventa il banco di prova per la coesione e il futuro stesso dell’alleanza transatlantica.




