Giorgetti al G7: la corsa alle materie prime critiche è una questione di sicurezza nazionale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
A margine dell’incontro dei ministri delle Finanze del G7, svoltosi a Washington su invito del segretario del Tesoro Scott Bessent, il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha tracciato un bilancio positivo, definendo “concreto” il passo compiuto per costruire una resilienza collettiva. “I Paesi occidentali”, ha sottolineato il ministro, “dipendono in modo quasi totale da queste risorse, il che rende la questione un pilastro fondamentale della sicurezza nazionale, soprattutto di fronte al rischio concreto di restrizioni nell'offerta”. Le sue parole, asciutte e tecniche, hanno il sapore di un'allerta, rivelando una consapevolezza ormai diffusa nelle cancellerie occidentali: la battaglia per l'approvvigionamento dei minerali critici, spesso invisibile al grande pubblico, è divenuta il nuovo fronte strategico della competizione geopolitica globale, una partita dove l'economia si intreccia indissolubilmente con la difesa degli interessi statali.
La mappa del potere e la dipendenza strategica
La geografia delle cosiddette terre rare, infatti, disegna un panorama di impressionante concentrazione, che lascia l’Europa e gli Stati Uniti in una posizione di vulnerabilità strutturale. Questi elementi, che pochi saprebbero nominare ma che tutti utilizzano quotidianamente, costituiscono ormai l’ossatura silenziosa della civiltà tecnologica: senza di essi, per fare degli esempi, le auto elettriche non potrebbero muoversi, gli smartphone rimarrebbero muti e le turbine eoliche cesserebbe di girare, bloccando di fatto la transizione verde su cui si sono impegnati i governi. È proprio questo legame vitale con il futuro energetico e digitale ad aver trasformato un tema da specialisti in una priorità assoluta della politica estera, spingendo Washington e Bruxelles, come confermato dalle recenti dichiarazioni, a varare iniziative governative mirate per contrastare una dipendenza ritenuta ormai pericolosa.
La risposta occidentale e l’agenda del G7
L’obiettivo dichiarato, come ha rimarcato Giorgetti, non è soltanto quello di “gestire la domanda interna”, ma di “costruire un’offerta alternativa”, un percorso che richiederà investimenti massicci e una coordinazione internazionale senza precedenti. L’impulso su questo fronte, secondo le analisi, è destinato ad accelerare ulteriormente nel corso del prossimo anno, il 2026, quando le misure in cantiere dovranno iniziare a produrre risultati tangibili per ridurre la pressione sulle catene di approvvigionamento. Il controllo esercitato da un singolo attore sulla maggior parte della capacità di lavorazione globale, un fattore che espone a rischi sistemici sia la sicurezza nazionale che la resilienza economica, non lascia spazio a tentennamenti, imponendo una risposta concertata che il ministro ha assicurato proseguirà “a livello di G7 allargato”.
Economia e difesa: un confine sempre più labile
In questa complessa partita, ogni mossa viene dunque calibrata non solo in base ai parametri di mercato, ma anche, e forse soprattutto, in funzione di calcoli strategici di lungo periodo. La “sicurezza economica”, ha concluso il titolare del Mef, “fa parte della sicurezza nazionale”, una dichiarazione che sigla la fine di una netta separazione tra i due ambiti. Mentre i colloqui tecnici proseguono, la posta in gioco resta altissima: garantire l’accesso a risorse finite ma indispensabili, diversificare le rotte di approvvigionamento e sviluppare tecnologie di estrazione e riciclo efficienti non sono più semplici opzioni di politica industriale, ma imperativi dettati da una necessità di sopravvivenza nello scacchiere internazionale, dove la dipendenza da un fornitore dominante può trasformarsi, in tempi di crisi, in una vera e propria arma.




