Bogotà sfida Trump, mentre la politica colombiana teme la prossima mossa di Washington

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «No tenemos miedo», non abbiamo paura: è il grido che ha riempito ieri la piazza Bolívar di Bogotà, dove una folla compatta ha espresso sostegno al proprio governo dopo le durissime parole del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha definito Gustavo Petro «un malato a cui piace produrre cocaina». Quell’insulto, lanciato pubblicamente dalla Casa Bianca, ha spinto il governo colombiano a una mossa formale, con la ministra degli Esteri Rosa Villavicencio che ha convocato l’incaricato d’affari statunitense per presentare una nota di protesta ufficiale. La ministra, in un colloquio conosceso nello storico Palacio de San Pedro, ha sottolineato come quelle espressioni «irrispettose» rendano impossibile un dialogo «sincero e rispettoso», mentre dalla piazza salivano le voci di chi accusava Trump di mentire e di rifiutava qualsiasi aggressione finalizzata a prendersi risorse altrui.

Lo spettro dell’intervento dopo il caso Venezuela

L’azione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, della quale si conoscono i contorni giudiziari ma non tutti i dettagli operativi, non viene letta a Bogotà come un episodio circoscritto. Quell’intervento, piuttosto, è interpretato come un messaggio sistematico rivolto a tutta l’America Latina e, in particolare, a quei governi progressisti – come quello di Petro – che negli ultimi anni hanno cercato di ritagliarsi margini di autonomia in campo politico, energetico e diplomatico. Dopo un periodo in cui le crisi globali sembravano concentrate altrove, Washington riafferma con forza la sua dottrina del “cortile di casa”, un monito che non passa inosservato negli ambienti della classe dirigente colombiana, la quale osserva con apprensione l’evolversi della situazione internazionale in vista delle cruciali elezioni presidenziali di maggio.

Una telefonata per ridurre la tensione

Proprio in questo clima di forte attrito, si è inserita una recente comunicazione diretta tra i due capi di Stato. Donald Trump ha infatti diffuso sul suo social Truth un messaggio in cui ha ringraziato il presidente colombiano per la chiamata ricevuta, definendola un «onore» e apprezzandone il tono. Nella nota, Trump ha spiegato che Petro gli ha illustrato la posizione del paese sulla questione della droga e su altre divergenze in sospeso, aggiungendo di attendere con interesse un futuro incontro e rivelando che i rispettivi ministri degli Esteri, Marco Rubio per gli Stati Uniti e il suo omologo colombiano, stanno già lavorando per trovare degli accordi. Questo contatto, se da un lato segnala una volontà di dialogo, dall’altro non cancella le profonde diffidenze createsi, lasciando aperta la questione di quale sarà la prossa mossa della superpotenza in una regione strategicamente vitale.

L’incertezza per il futuro prossimo

Mentre la piazza dimostra una determinazione senza esitazioni, gli ambienti politici e istituzionali della Colombia valutano con estrema cautela ogni possibile sviluppo. La paura di finire nel mirino di Washington, come è accaduto al confinante Venezuela, è un fattore concreto che aleggia sulle discussioni a porte chiuse, influenzando le analisi e le mosse preventive. L’equilibrio è delicato: da una parte c’è la necessità di difendere la sovranità nazionale e il mandato popolare ricevuto dal governo, dall’altra la consapevolezza di doversi muovere in uno scacchiere internazionale dove le reazioni statunitensi possono essere rapide e drastiche. La strada tra l’affermazione della propria autonomia e il rischio di una escalation delle tensioni è stretta, e il prossimo voto nazionale non fa che aumentare la posta in gioco, rendendo ogni mossa ancor più significativa e potenzialmente decisiva per gli assetti regionali.

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