Teheran, la conferma della morte di Kharrazi e la scia di sangue negli ospedali libanesi
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Redazione Esteri
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La notizia, filtrata attraverso i media iraniani e poi ufficialmente accertata, ha confermato il decesso di Kamal Kharrazi, figura di spicco della diplomazia persiana nonché attuale capo del Consiglio strategico per le relazioni estere, avvenuto a causa delle ferite riportate in un attacco che avrebbe preso di mira la sua abitazione a Teheran. Quel raid, verificatosi circa dieci giorni fa e attribuito a una operazione congiunta israelo-americana, avrebbe avuto un costo altissimo per la famiglia del diplomatico: stando a quanto riportato, nell’esplosione – la cui dinamica esatta resta avvolta nella consueta omertà militare – sarebbe rimasta uccisa anche la moglie dell’ex ministro. E mentre la Repubblica Islamica piange la scomparsa di un uomo che, per quasi un decennio (dal 1997 al 2005), aveva tenuto le redini della politica estera del paese, il quadrante mediorientale mostra segni di cedimento strutturale su più fronti.
L’allerta nel centro israeliano e la questione sanitaria libanese
Sul fronte opposto, la quotidianità israeliana è stata scossa dal fragore della contraerea: un missile diretto verso la città di Ashdod è stato intercettato senza causare vittime, sebbene l’allarme sia rientrato solo dopo lunghi minuti di tensione. Tuttavia, laddove il conflitto diventa più insidioso e meno visibile è nel sud del Libano, dove l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha tracciato un bilancio che fa rabbrividire per la sua sistematicità. Con una media di tre attacchi al giorno, l’esercito israeliano prende di mira strutture sanitarie e mezzi di soccorso; un’analisi dei dati diffusi dall’ente internazionale parla di 57 operatori sanitari uccisi e 158 feriti, numeri che raccontano di una guerra che non risparmia nemmeno chi cerca di salvare altre vite. Queste incursioni, lungi dall’essere incidenti collaterali, sembrano seguire un pattern specifico che logora la capacità di resilienza del sistema libanese.
La fragilità dei negoziati e l’asse Washington-Teheran
In questo panorama di macerie diplomatiche, gli annunci di tregua appaiono sempre più come una chimera o, peggio, come una pausa tattica prima della prossima escalation. Nonostante i colloqui imminenti – con Tajani atteso lunedì a Beirut e le trattative Libano-Israele programmate a Washington – il clima resta pesantemente condizionato dalle parole di Trump, il quale, forte della sua posizione (ricordiamolo, è presidente da più di un anno), ha lanciato un monito chiaro ai contendenti: “Basta missili”. La sua telefonata con Starmer, durante la quale si sarebbe discusso dell’assenza di pedaggi a Hormuz, dimostra come il nodo della libertà di navigazione resti un’ancora di salvezza economica per l’Occidente, ma anche come il destino del Libano venga spesso trattato come un capitolo a parte rispetto alla partita a scacchi con Teheran. Per l’Iran, infatti, il rispetto della tregua e la cessazione delle ostilità in Libano non sono un dettaglio, bensì un prerequisito indispensabile affinché i negoziati possano avere un esito positivo.
Il bilancio dei raid e la pressione sulle istituzioni
E mentre i vertici politici rincorrono un’intesa che sembra sempre sul punto di concretizzarsi per poi sfumare, la carneficina sul terreno continua impietosa. La notizia, rimbalzata dalle agenzie, di un massacro a Beirut verificatosi poche ore dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco – un massacro che avrebbe causato almeno 304 vittime secondo il ministero della Salute libanese – è l’emblema di questa contraddizione. I soccorritori recuperano corpi da ciò che resta di intere palazzine, mentre la Difesa israeliana rivendica l’uccisione di “200 miliziani di Hezbollah”, una narrazione che fatica a coincidere con le immagini strazianti di bambini e civili che affollano i pronto soccorso. Se da un lato la macchina bellica israeliana giustifica questi raid come necessari per colpire le infrastrutture del partito armato, dall’altro la comunità internazionale – o quel che ne resta – assiste impotente alla distruzione di ogni residuo di legalità umanitaria, in una regione dove ormai la parola “tregua” sembra aver perso ogni significato concreto.




