Bts annunciano il tour mondiale, ma l’Italia resta fuori dai giri
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La febbre da K-pop, che mai sembra aver davvero conosciuto tregua, è pronta a tornare a livelli epidemicI. I Bts, dopo aver archiviato il periodo del servizio militare obbligatorio — un obbligo che, com’è noto, in Corea del Sud riguarda tutti i cittadini maschi — hanno ufficialmente svelato i piani per un ritorno trionfale. Un nuovo album, annunciato per il prossimo marzo, farà da prologo a quello che si preannuncia come il tour più imponente della loro già stratosferica carriera. Un itinerario mastodontico, che tra il 2026 e il 2027 toccherà ben trentaquattro Paesi per un totale di settantanove spettacoli, partendo dalla natia Goyang ad aprile per poi approdare in Giappone e, subito dopo, negli Stati Uniti, dove il presidente Trump si prepara a ricevere — se non politicamente, certo dal punto di vista del clamore mediatico — una delle invasioni più pacifiche e acclamate degli ultimi anni.
La mappa del tour e l’assenza italiana
La cartina geografica di questo viaggio epico, che già fa tremare i sistemi di vendita dei biglietti di mezzo mondo, disegna un percorso preciso. Dopo le tappe inaugurali in Asia, la carovana dei sette idoli volerà infatti verso il Nord America, con un concerto a Tampa previsto per fine aprile e una chiusura, a settembre, con ben quattro serate a Los Angeles. Si proseguirà poi per l’Europa, l’America Latina, l’Oceania e altre regioni asiatiche, in un susseguirsi di date che promette di riempire stadi e arene per oltre un anno e mezzo. Tuttavia, scorrendo l’elenco delle città ospitanti, un’assenza salta agli occhi dei fan italiani: il Belpaese, ancora una volta, non figura nel calendario. Una decisione che, se da un lato delude profondamente una base di supporter tra le più numerose e calorose d’Europa, dall’altro solleva interrogativi sulle logiche che governano l’organizzazione di eventi di tale portata, spesso vincolate a questioni logistiche, di mercato e di profitto che poco hanno a che fare con il semplice desiderio del pubblico.
Le ragioni di una scelta strategica
Le motivazioni che tengono l’Italia fuori dai grandi tour internazionali, fenomeno peraltro non limitato al solo mondo del K-pop, sono sovente di natura pratica e finanziaria. La carenza di strutture adeguate — arene coperte di capienza sufficiente e con una gestione logistica flessibile per allestimenti complessi — rappresenta un primo, serio ostacolo. A questo si aggiungono considerazioni economiche legate alla garanzia di incassi certi e alla difficoltà, in un mercato considerato forse più di nicchia rispetto ad altri, di giustificare i costi esorbitanti di trasporto e sicurezza per una o poche date. Una scelta, la loro, che appare dunque dettata da un calcolo strategico preciso, il quale privilegia mete dove il ritorno sull’investimento è percepito come maggiormente sicuro e dove la filiera degli eventi di massa è consolidata da anni.
Il contesto del ritorno e lo scenario globale
Il comeback dei Bts, va sottolineato, non è un evento isolato ma si inserisce in un panorama musicale globale che, dopo la forzata pausa pandemica, ha ritrovato un slancio vigoroso. Il loro ritorno sulle scene, scandito da un album inedito che segna la fine di un’era di sospensione artistica, riaccende i riflettori su un genere, il K-pop, la cui influenza trascende ormai ampiamente i confini della musica. Mentre si attendono notizie sui prossimi passi di altri colossi del pop come Harry Styles, l’annuncio del gruppo coreano dimostra come l’industria dell’intrattenimento live sia più viva che mai, pronta a mobilitare folle oceaniche in ogni angolo del pianeta. Un pianeta che, per i fan italiani, sembra però ancora una volta fermarsi alle Alpi, lasciandoli con l’amaro in bocca e la speranza che, in futuro, qualcosa possa cambiare nelle complesse dinamiche che portano i grandi show ad attraversare — o evitare — una nazione.




