Le Iene: WAD, un cantante può dire quello che vuole?
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La domanda, posta dal programma “Le Iene” attraverso la sua webzine Wad ad artisti del calibro di Piero Pelù, Fiorella Mannoia, Willie Peyote e Cosmo, sembra avere una risposta scontata in un paese democratico, eppure continua a riemergere con prepotenza ogni qualvolta la scena pubblica si fa specchio di tensioni sociali e geopolitiche. È accaduto, e non per la prima volta, in queste settimane di avvicinamento ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, la cui cerimonia inaugurale allo Stadio San Siro vedrà tra gli interpreti il rapper italo-tunisino Ghali. La sua presenza, annunciata nel cast ufficiale, ha infatti riacceso un dibattito mai sopito sulle dichiarazioni che l’artista rilasciò in merito alla situazione a Gaza in occasione di una precedente partecipazione al Festival di Sanremo, sollevando critiche e interrogativi sui limiti, presunti o reali, della libertà d’espressione in un contesto istituzionale di portata mondiale.
Il palco olimpico e la delimitazione del contesto
A gettare ulteriore benzina sul fuoco delle polemiche sono state le parole del ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, il quale, audito dalle commissioni riunite Lavoro e Cultura della Camera, ha chiarito senza mezzi termini la cornice entro cui si muoverà l’evento. Pur smentendo categoricamente qualsiasi ipotesi di censura – “che non ci sia censura è evidente”, ha dichiarato – e ribadendo che la scelta di Ghali è frutto della libera decisione degli organizzatori della Fondazione Milano Cortina 2026, Abodi ha precisato come la selezione artistica sia stata orientata proprio per evitare “equivoci sull’indirizzo ideale, culturale ed etico” della manifestazione. Il concetto, espresso più volte, è quello della netta separazione tra la sfera personale dell’artista e il messaggio universalistico dello sport, sottintendendo che dal palco di San Siro non dovranno giungere dichiarazioni politiche di sorta.
Una questione di libertà o di opportunità?
Il caso, che trascende la singola persona per investire un principio generale, pone quindi una questione di non semplice risoluzione: dove finisce il legittimo diritto di un artista ad esprimere il proprio pensiero e dove inizia la necessità di un ente, che organizza un evento sotto l’egida del Comitato Olimpico Internazionale, di preservarne l’apoliticità formale? Alcuni, tra cui i colleghi intervistati da Wad, potrebbero obiettare che l’arte e la politica sono storicamente intrecciate e che chiedere a un cantante di scindere la sua identità pubblica dalle sue convinzioni profonde equivalga a una mutilazione della sua espressività. Dall’altra parte, si fa notare come un palcoscenico di tale risonanza, finanziato anche da risorse pubbliche e dedicato a un ideale di unità, non possa trasformarsi in una tribuna per posizioni particolari, per quanto legittime.
Il precedente e il dibattito aperto
La polemica sulla partecipazione di Ghali non è un episodio isolato, ma si innesta in un solco già tracciato da precedenti controversie, che vedono spesso il mondo dello spettacolo confrontarsi con i limiti imposti dai contesti in cui è chiamato a esibirsi. Quello che emerge, al di là delle posizioni specifiche, è un conflitto tra due diverse visioni della platea: da un lato un pubblico da intrattenere con un messaggio condiviso e neutro, dall’altro un popolo al quale, anche attraverso le note, si può e forse si deve offrire uno spunto di riflessione critica, perfino scomoda. La vicenda, che continuerà ad essere discussa fino al giorno dell’inaugurazione, lascia per ora in sospeso la domanda di Wad, mentre il ministro Abodi continua a ribadire che il tema non è la libertà artistica in sé, bensì la sua corretta collocazione a seconda delle circostanze.




