L’Italia ridispiega i militari da Erbil: “Non è una fuga, ma non ci sono le condizioni per addestrare”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è un arretramento, tantomeno una ritirata dettata dal timore: la decisione di ridislocare una parte del contingente italiano dalla base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, risponde esclusivamente a mutate esigenze operative e a un contesto di sicurezza che, oggettivamente, non consente più di portare avanti determinate attività. A parlare chiaro è il Tenente Colonnello Gianfranco Paglia, consigliere del ministro della Difesa, che ai microfoni di una emittente nazionale ha voluto spegnere sul nascere qualsiasi interpretazione affrettata o, peggio, dettata dall’emotività che certi titoli potrebbero generare. Non ci sono le condizioni, spiega, per proseguire in sicurezza la fase addestrativa nei confronti dei Peshmerga, e da qui la necessità di un alleggerimento del dispositivo, che però non significa affatto abbandono del teatro. Il tema, semmai, è squisitamente tecnico e attiene alla protezione del personale, come del resto è accaduto nella notte tra l’11 e il 12 marzo, quando un drone — probabilmente uno Shahed di fabbricazione iraniana — ha impattato contro l’area nota come Camp Singara, quella dove sono schierati i nostri soldati della Brigata alpina Julia. L’allarme, scattato intorno alle 20.30 ora locale, ha permesso a tutti di mettersi al riparo nei bunker, e proprio quei protocolli, seguiti alla lettera, hanno evitato conseguenze ben più gravi, se si considera che all’interno della base ci sono anche reparti statunitensi e che il fuoco ha danneggiato alcuni automezzi.

Una rimodulazione che guarda al quadro complessivo

Il termine usato dai vertici militari è preciso e volutamente asettico: si parla di “rimodulazione operativa”, non di ritiro. Fonti qualificate del Ministero della Difesa confermano che il personale definito “non essenziale” verrà ridislocato, e in parte lo è già stato, non solo da Erbil ma anche da Baghdad e da altre postazioni minori in Kuwait e Arabia Saudita. Si tratta di un movimento pianificato, che nei giorni scorsi ha già visto rientrare in Patria una prima aliquota di militari, mentre una quarantina sono stati temporaneamente trasferiti in Giordania in attesa di capire come evolverà la situazione. La base irachena, dove attualmente sono presenti circa 180 italiani, rimarrà comunque operativa e presidiata, perché diversamente, è facile intuirlo, si offrirebbe il fianco a colpi ben più duri di quello subito. Il problema, e qui sta il nodo della questione, è che la guerra tra Israele e Stati Uniti da un lato e l’Iran dall’altro ha allargato il suo raggio d’azione, e l’Iraq — nonostante gli sforzi del governo di Baghdad per rimanere neutrale — si ritrova suo malgrado trasformato in un campo di battaglia per procura. Le milizie sciate filo-iraniane, che in quel territorio godono di ampie libertà di movimento, hanno moltiplicato gli attacchi contro qualsiasi obiettivo riconducibile alla Coalizione occidentale, e la presenza italiana, in questo quadro, viene percepita come parte integrante di quel dispositivo che loro intendono contrastare.

Droni sui civili e il racconto di chi vive alle porte di Erbil

Che la situazione sia degenerata lo confermano anche le cronache che arrivano dai villaggi intorno al capoluogo del Kurdistan. A Lajan, per esempio, la paura è ormai compagna quotidiana da quando un drone ha centrato la raffineria di Lanaz, spingendo molte famiglie ad abbandonare le proprie abitazioni. Non si tratta, ed è bene sottolinearlo, di bersagli militari né di infrastrutture strategiche per il governo: si colpiscono civili, persone che nulla hanno a che fare con gli schieramenti in campo. I luoghi presi di mira — come ha raccontato un residente a chi ha potuto raccogliere la sua testimonianza — non ospitano basi né edifici governativi, eppure vengono sistematicamente attaccati, a riprova di una strategia che punta a destabilizzare il territorio e a seminare il panico tra la popolazione. Questo clima di insicurezza diffusa, inevitabilmente, si riverbera sulle valutazioni degli stati maggiori, costretti a confrontarsi con un nemico che non indossa uniformi e che utilzza droni a basso costo per colpire dove e quando vuole, senza preoccuparsi troppo di distinguere tra obiettivi militari e scuole o case.

La deterrenza e il peso di una presenza che non può essere simbolica

Nel dibattito pubblico italiano, e non solo, si sente spesso abusare del termine deterrenza, come se bastasse schierare una bandiera per intimorire l’avversario. La realtà, come insegnano le dottrine strategiche, è ben più complessa, e non ha nulla a che vedere con le emozioni o con la capacità di incutere timore. La deterrenza funziona quando l’altro sa che a una sua azione corrisponderà una reazione certa e sproporzionata, ma in contesti asimmetrici come quello iracheno questo meccanismo siinceppa. Le milizie non hanno un territorio da difendere né centri di potere facilmente individuabili, e per loro colpire una base della Coalizione rappresenta un successo propagandistico a prescindere dai danni materiali che riescono a provocare. L’Italia, in questa fase, si trova a dover gestire una presenza che rischia di diventare un bersaglio senza poter contare su una reale capacità di risposta autonoma, legata com’è ai vincoli della missione e alle regole di ingaggio che impediscono azioni offensive. La ridislocazione di una parte del contingente, lungi dall’essere una fuga, è allora l’unica risposta razionale a un’equazione che vede aumentare i rischi senza che corrisponda un parallelo incremento della capacità di incidere sul terreno. Rimane sul posto chi è indispensabile per garantire la continuità della missione e la sicurezza di chi resta, mentre chi può essere temporaneamente allontanato lo sarà, in attesa di tempi migliori che, al momento, non si vedono all’orizzonte.

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