Il tenente colonnello Paglia: “Non si scappa, ma non ci sono più le condizioni di sicurezza per addestrare i peshmerga”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo l’attacco con un drone che nella notte tra l’11 e il 12 marzo ha centrato Camp Singara, la base italiana situata nel perimetro dell’aeroporto internazionale di Erbil, il governo ha avviato una consistente operazione di ridislocamento del personale militare. Il velivolo senza pilota, probabilmente uno Shahed di fabbricazione iraniana o comunque riconducibile alla famiglia di quelli utilizzati dalle milizie filo-iraniane attive nella regione, ha danneggiato alcune strutture tra cui il locale ristorante soprannominato “Il Fortino” e alcuni automezzi parcheggiati nelle vicinanze, senza per fortuna provocare feriti tra i nostri soldati che, come confermato dal comandante del contingente, colonnello Stefano Pizzotti, avevano già raggiunto i bunker in seguito all’attivazione delle procedure di sicurezza previste per tali evenienze. L’episodio, che si inserisce in una escalation di tensione seguito all’offensiva militare voluta dall’amministrazione Trump e da Israele contro l’Iran, ha spinto il ministro della Difesa Guido Crosetto a dichiarare che l’attacco fosse da considerarsi “assolutamente deliberato” trattandosi di una base Nato, sebbene resti ancora da accertare con precisione se l’obiettivo fosse specificamente il contingente italiano o l’intero comprensorio internazionale che ospita anche forze statunitensi.

Nel dibattito che ne è conseguito, è intervenuto per fugare ogni possibile equivoco il tenente colonnello Gianfranco Paglia, consigliere del ministro della Difesa, il quale ha tenuto a precisare ai microfoni di Tgcom24 come la decisione di far rientrare in Patria una parte dei militari non vada assolutamente interpretata come una fuga dettata dalla paura o come un arretramento tattico di fronte alle minacce ricevute. Piuttosto, ha spiegato l’ufficiale, ci si trova di fronte a quella che ha definito una “rimodulazione operativa”, una scelta dettata esclusivamente dal mutamento delle condizioni sul terreno che non rendono più praticabile in sicurezza la fase addestrativa nei confronti dei Peshmerga, che costituiva la ragione principale della presenza italiana nella regione. “Non vorrei che passasse il messaggio che i militari italiani scappano – ha dichiarato Paglia – non è così, una parte di loro rientrerà perché non ci sono più le condizioni per operare in sicurezza durante le fasi addestrative”.

I numeri del ridislocamento e la complessa macchina logistica

Le operazioni di rientro, che interessano non solo la base di Erbil ma anche altro personale precedentemente dislocato a Baghdad, sono già in fase avanzata e vedono coinvolti centinaia di militari. Secondo quanto riportato dal ministro Crosetto in diverse interviste, centodue unità sono già state rimpatriate, mentre circa settantacinque sono state temporaneamente trasferite in Giordania in attesa di essere riportate in Italia; il resto del contingente, che fino a pochi giorni fa contava circa trecento uomini nella sola Erbil, sta progressivamente abbandonando il teatro iracheno seguendo un piano che prevede il trasferimento via terra fino al confine con la Turchia, percorrendo circa duecentoquindici chilometri attraverso il Kurdistan iracheno e transitando per il passo di Ibrahim Khalil, per poi imbarcarsi su voli dedicati una volta raggiunto il suolo turco. Si tratta, come ha spiegato all’Adnkronos il generale Giorgio Battisti, già primo comandante del contingente italiano della missione Isaf in Afghanistan, di “un’operazione complessa” che i nostri comandi sono comunque in grado di compiere grazie alle esperienze maturate in precedenti contesti operativi e all’elevata professionalità dei militari, ma che richiede una pianificazione meticolosa che includa la copertura aerea della coalizione, il supporto delle forze amiche locali come gli stessi Peshmerga che potrebbero garantire una cornice di sicurezza fino al confine, e ovviamente accordi preventivi con il governo di Istanbul per agevolare l’ingresso e l’accoglienza del personale.

L’ombra delle milizie sciite e la complessità del teatro iracheno

La matrice dell’attacco, al di là della deliberata presa di mira della base, appare quanto mai intricata e riflette le profonde spaccature che attraversano l’Iraq, dove accanto alle forze regolari governative operano potentissime milizie sciite fedeli a Teheran, molte delle quali tra l’altro addestrate e armate in passato proprio con l’appoggio americano per combattere il sedicente Stato islamico. Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, il drone che ha colpito Camp Singara sarebbe stato lanciato dalla milizia Saraya Awliya al-Dam, che significa “Guardiani del sangue”, uno dei tanti gruppi che insieme a Kataib Hezbollah e Harakat al-Nujab possono contare su circa duecentomila guerriglieri formalmente inquadrati nelle strutture statali ma di fatto agli ordini degli ayatollah, e che nelle ultime settimane hanno subito ripetuti raid da parte dell’aviazione americana che avrebbero causato una cinquantina di vittime. Questo clima di guerriglia diffusa, con oltre trecento tra droni e razzi lanciati verso il Kurdistan iracheno e con sei soldati francesi feriti in un altro attacco sempre nei dintorni di Erbil, rende il quadro estremamente fluido e pericoloso, portando gli alleati europei a manifestare un certo risentimento per non essere stati preventivamente informati da Washington circa l’imminenza di un’offensiva su larga scala che ha di fatto incendiato l’intera regione.

La posizione italiana tra continuità operativa e tutela del personale

Nonostante il ridislocamento in atto, le fonti governative e militari tengono a sottolineare come non si tratti di un abbandono definitivo del teatro iracheno né di una resa di fronte alle intimidazioni, quanto piuttosto di un adeguamento delle forze a una situazione in cui la priorità assoluta rimane l’incolumità dei soldati, come del resto ribadito dal ministro degli Esteri Antonio Tajani quando parla di “protezione dei nostri militari e connazionali” quale priorità assoluta, auspicando al contempo cautela e moderazione nelle valutazioni. Una parte del contingente, seppur ridotta, rimane operativa sul campo e continua a svolgere quei compiti che le condizioni di sicurezza consentono, in attesa di capire se e quando sarà possibile riprendere a pieno regime l’attività addestrativa che rappresenta il cuore della missione Prima Parthica. L’intera vicenda, al di là delle cifre e dei movimenti di truppe, mette in luce come in teatri complessi come quello iracheno la linea di demarcazione tra operazioni di guerra convenzionale e azioni di guerriglia asimmetrica sia ormai completamente sfumata, con il territorio che diventa il crocevia di tensioni globali le cui ripercussioni, per usare le parole del ministro Crosetto, finiscono per arrivare inevitabilmente fino alle nostre case.

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