Il governo ritiri i nostri soldati da quei teatri

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La scelta di ridislocare una parte del contingente italiano stanziato in Iraq, e più precisamente nella regione del Kurdistan iracheno, è stata motivata da precise valutazioni di carattere operativo e strategico, legate all’evoluzione dello scenario locale; lo ha chiarito il tenente colonnello Gianfranco Paglia, consigliere dell’attuale ministro della Difesa, intervenuto per spiegare le ragioni che hanno portato al ripiegamento di una settantina di militari dalla base di Erbil. Non si tratta, ha tenuto a sottolineare Paglia, di una fuga dettata dalla paura né tantomeno di un arretramento che possa essere interpretato come un segnale di cedimento, bensì di una rimodulazione operativa resa necessaria dal fatto che non sussistono più, in questa fase, le condizioni di sicurezza per proseguire le attività addestrative nei confronti dei Peshmerga, le forze di sicurezza curde. L’attacco con droni che l’11 marzo ha preso di mira l’aeroporto militare di Erbil, costato la vita a un soldato francese e ferito altri militari della coalizione, rappresenta solo l’episodio più grave di una serie di azioni belliche che hanno radicalmente mutato il quadro entro cui la missione italiana si trovava a operare.

Il deterioramento delle condizioni sul campo e la risposta italiana

Le parole del tenente colonnello Paglia, il quale ha voluto fugare ogni possibile equivoco circa lo spirito con cui i nostri connazionali in divisa stanno affrontando questa complessa fase, arrivano in un contesto regionale incandescente, caratterizzato da una moltiplicazione di attacchi con droni e missili che non risparmiano obiettivi civili. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva peraltro già anticipato nei giorni scorsi che il contingente era stato allertato e che parte del personale era stato fatto confluire in aree protette prima dell’attacco, a dimostrazione di un livello di attenzione e di intelligence che ha permesso di scongiurare conseguenze ben più gravi per i nostri soldati. L’operazione di ripiegamento, lungi dall’essere una reazione estemporanea, segue una pianificazione dettagliata che prevede il trasferimento via terra del personale e dei mezzi verso il confine turco, un percorso di circa 215 chilometri che dovrà essere effettuato adottando tutte le misure precauzionali del caso per mitigare i rischi derivanti da potenziali azioni ostili.

La natura degli attacchi e la situazione umanitaria a Erbil

La decisione del governo italiano, che si inserisce in un più ampio quadro di riassestamento delle presenze militari occidentali nella regione, trova la sua ragion d’essere nella natura stessa degli attacchi che si stanno verificando in territorio iracheno. Fonti locali raccontano di un crescendo di violenza che ha seminato il panico tra la popolazione civile, come nel caso del villaggio di Lajan, nei pressi di Erbil, dove gli abitanti sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni dopo che un drone ha centrato la vicina raffineria di Lanaz, un impianto privato che processa circa 40mila barili al giorno e che è stato costretto a fermare la produzione a seguito dell’incendio divampato. I residenti della zona parlano chiaro: non sono basi militari né edifici governativi i bersagli prescelti, bensì civili innocenti e infrastrutture strategiche, un modus operandi che rende il quadro estremamente fluido e pericoloso per qualsiasi presenza straniera. L’attacco è stato rivendicato da Ashab al-Kahf, un gruppo armato iracheno allineato con l’Iran, che ha dichiarato di aver preso di mira interessi statunitensi, confermando come il territorio iracheno sia ormai divenuto un teatro di scontro diretto tra potenze rivali.

Deterrenza e strategia in un contesto mediorientale incandescente

In questo scenario, il dibattito sulla deterrenza, concetto spesso abusato e frainteso nel discorso pubblico italiano, assume contorni problematici. Se da un lato si fa presto a parlare di credibilità e di fermezza, dall’altro la realtà sul campo impone un calcolo razionale che poco ha a che fare con le emozioni o con l’intimidazione fine a sé stessa; si tratta piuttosto di valutare costi e benefici, rischi e opportunità, in un’equazione complessa in cui la sicurezza del proprio personale rappresenta una variabile non negoziabile. L’amministrazione Trump, del resto, ha impresso un’accelerazione notevole alla crisi, con il presidente americano che ha rivendicato azioni militari pesanti contro l’Iran, dichiarando di aver “totalmente demolito” l’isola di Kharg, hub cruciale per le esportazioni petrolifere di Teheran, e minacciando di colpire ulteriormente se gli alleati non contribuiranno a garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz. È in questo clima di tensione estrema, con l’ambasciata USA a Baghdad che ha nuovamente esortato i cittadini americani a lasciare immediatamente l’Iraq, che si inserisce la scelta italiana: una scelta che privilegia l’incolumità dei propri soldati e che, per usare le parole dello stesso Paglia, rappresenta una rimodulazione necessaria, non certo una fuga, ma un adeguamento a un contesto in cui la fase addestrativa è divenuta, oggettivamente, impraticabile.

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