Il governo ritiri i soldati dall’Iraq, l’appello di Paglia dopo gli attacchi con droni a Erbil e la raffineria nel mirino

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è una ritirata, né tantomeno una fuga dettata dalla paura, bensì una necessaria e ponderata rimodulazione operativa: con queste parole il tenente colonnello Gianfranco Paglia, consigliere dell’attuale ministro della Difesa, ha voluto ieri chiarire il senso della decisione, già in fase di esecuzione, che riguarda il contingente militare italiano stanziato a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Una parte dei nostri soldati lascerà dunque la base di Camp Singara, e lo farà perché le condizioni di sicurezza, essenziali per proseguire le attività addestrative in favore dei Peshmerga, sono venute meno. La situazione sul campo, complice un’escalation che coinvolge droni e missili in una regione già martoriata, è radicalmente mutata. Non ci sono più i presupposti, spiegano dagli ambienti della Difesa, per garantire l’incolumità del personale durante le fasi di formazione delle forze locali, e questo impone una scelta obbligata, seppur temporanea, di alleggerimento della presenza.

Il quadro che emerge dagli ultimi sviluppi è infatti quello di un’area sottoposta a una pressione crescente e, per certi versi, indiscriminata. Appena due giorni fa, nella giornata di sabato, un attacco con drone ha messo a ferro e fuoco la raffineria di Lanaz, situata nelle vicinanze di Erbil, costringendo i residenti del limitrofo villaggio di Lajan ad abbandonare in tutta fretta le loro abitazioni. Un testimone diretto, Sami Othman, ha raccontato alla stampa locale come i luoghi presi di mira non fossero obiettivi militari né sedi governative, bensì obiettivi civili, sottolineando come quella stessa zona, sprovvista di installazioni belliche, sia stata colpita senza apparenti logiche strategiche. Il sospetto, suffragato da diverse ricostruzioni, è che i droni impiegati nell’offensiva siano riconducibili a milizie irachene sostenute dall’Iran, le stesse che nelle ultime settimane hanno moltiplicato le loro azioni in tutto il territorio, e che l’attacco abbia come obiettivo più ampio quello di destabilizzare l’unica zona dell’Iraq settentrionale che, fino a poco tempo fa, era considerata relativamente al riparo dalle violenze.

L’ombra dei droni e la difficoltà di distinguere gli obiettivi

La scelta del governo italiano di ridurre il proprio contingente, che secondo i dati più aggiornati vedeva schierati circa 120 alpini della brigata Julia sotto il comando del colonnello Stefano Pizzotti, non può essere letta come un cedimento, ma va inquadrata all’interno di una rivalutazione complessiva del rischio. Nella notte tra l’11 e il 12 marzo, la stessa base di Camp Singara era finita nel mirino di un drone, probabilmente uno Shahed di fabbricazione iraniana, che aveva causato un incendio e danneggiato alcune infrastrutture, sebbene per fortuna senza provocare vittime tra i militari italiani, prontamente riparatisi nei bunker. Quell’episodio, secondo gli esperti, aveva già fatto suonare un campanello d’allarme: non era stato il primo attacco subito dalla base, già presa di mira in passato, ma la frequenza e la tipologia dei raid suggerivano un cambio di passo nell’azione delle milizie.

Il problema della sicurezza, in un contesto del genere, diventa quindi duplice: da un lato c’è la necessità di proteggere i nostri soldati, che non sono lì per combattere in prima linea ma per svolgere un compito di consulenza e assistenza, e dall’altro c’è la difficoltà oggettiva di operare in un ambiente dove la minaccia è diffusa e poco prevedibile. I militari italiani, che hanno sempre goduto della stima e della collaborazione delle autorità curde, si trovano ora a dover fare i conti con una situazione in cui persino le attività più ordinarie, come gli spostamenti o le esercitazioni all’aperto, potrebbero esporli a rischi eccessivi. Da qui la decisione, comunicata ufficialmente e già operativa, di far rientrare in Patria una parte del personale, lasciando al contempo sul posto un nucleo ridotto, ma funzionale a mantenere vivo il presidio e a monitorare l’evolversi della crisi.

Il dibattito sulla deterrenza e la gestione della crisi mediorientale

La vicenda, inevitabilmente, riapre in Italia un confronto più ampio sulla natura della nostra presenza in Medio Oriente e sul concetto stesso di deterrenza. Troppo spesso, nelle discussioni pubbliche, si tende a confondere la deterrenza con la mera capacità di incutere timore, laddove invece si tratta di un meccanismo complesso, basato sul calcolo e sulla prevedibilità delle reazioni. Nel caso specifico di Erbil, la presenza italiana è sempre stata percepita come un fattore di stabilità, un ponte tra le diverse componenti etniche e religiose della regione, nonché un elemento fondamentale nella lotta al terrorismo. Il fatto che oggi si debba procedere a un ridimensionamento, seppur temporaneo, delle attività addestrative, pone inevitabilmente degli interrogativi sul futuro della missione e sulla capacità dell’Italia di continuare a giocare un ruolo di primo piano nello scacchiere mediorientale.

Parallelamente al ritiro di una parte del contingente da Erbil, il governo ha disposto anche una riduzione del personale presso l’ambasciata di Baghdad e il consolato nella stessa Erbil, segno che la preoccupazione per la tenuta dell’intero sistema-Paese in Iraq è concreta e diffusa. Nel frattempo, il conflitto tra Israele e Hamas, con le sue inevitabili ripercussioni sui rapporti tra Stati Uniti e Iran, continua a proiettare la sua ombra su tutta l’area. Il presidente americano Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, mantiene una linea di fermezza nei confronti di Teheran, e questo non fa che aumentare la tensione in un quadrante dove basi militari e interessi occidentali sono disseminati e, di conseguenza, esposti a possibili ritorsioni.

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