La notte dei droni su Erbil e il riposizionamento italiano: “Non scappiamo, ma l’addestramento si ferma”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il cielo sopra Erbil, nella notte tra l’11 e il 12 marzo, non ha concesso tregua. Un attacco con un drone, verosimilmente partito dalle milizie sciite filo-iraniane che in queste settimane stanno rispondendo alle offensive scatenate dagli Stati Uniti e da Israele contro Teheran, ha centrato Camp Singara, la base che ospita il contingente italiano dell’operazione “Prima Parthica”. L’allarme, come raccontato dal colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente nazionale a Erbil, era scattato già alle 20 e 30 di sera, costringendo i militari a rifugiarsi nei bunker seguendo procedure ormai consolidate. È stato intorno all’una di notte, ora locale, che l’impatto è avvenuto: un drone – o forse un missile, la tipologia è ancora al vaglio degli artificieri della coalizione – ha danneggiato infrastrutture e materiali della base, senza per fortuna provocare feriti tra i nostri soldati, protetti appunto nei ricoveri. Il personale, ha tenuto a sottolineare il colonnello Pizzotti, è preparato e addestrato per gestire situazioni di questo tipo, e il morale resta alto nonostante le ore trascorse al buio in attesa che la minaccia cessasse. Non è la prima volta che Camp Singara viene presa di mira, essendo già stata oggetto di un attacco missilistico nel 2023, ma l’escalation regionale in corso rende ogni evento significativamente più grave.

In questo clima di tensione, che ha visto anche la morte di un soldato francese in un analogo attacco nella medesima provincia, l’Italia ha deciso di modificare il proprio dispositivo di sicurezza. È il tenente colonnello Gianfranco Paglia, consigliere del ministro della Difesa, a chiarire la natura del provvedimento, e lo fa con l’intento di evitare facili letture dettate dall’emotività. Una parte dei militari italiani, ha spiegato, lascerà Erbil e rientrerà in Patria, ma non si tratta di una fuga dettata dalla paura. La decisione, piuttosto, è conseguenza del fatto che non sussistono più, in questo preciso momento storico, le condizioni di sicurezza necessarie per svolgere la fase addestrativa nei confronti dei Peshmerga e delle altre forze di sicurezza curde e irachene. L’attività di formazione, quella per intenderci che ha visto istruiti decine di migliaia di effettivi locali in anni di missione, è stata sospesa perché esporrebbe il personale a rischi non calcolabili. Si tratta, nelle parole di Paglia, di una “rimodulazione operativa”, non di un arretramento.

Un alleggerimento tattico, non un abbandono del teatro

La base di Erbil, che conta circa 180 uomini, vedrà quindi un alleggerimento del personale definito “non essenziale”. Fonti militari citate da organi di stampa confermano che un primo ridislocamento, nell’ordine di alcune decine di unità, è già in atto, con movimenti che dal Kuwait e dall’Arabia Saudita stanno riportando indietro i soldati. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in costante contatto con il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha coordinato le operazioni per garantire la tutela dei nostri connazionali in divisa. Parallelamente, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ricevuto la solidarietà del suo omologo iracheno Fuad Hussein, in una conversazione in cui si è discusso anche della pericolosa instabilità che rischia di travolgere l'intero Medio Oriente. Il governo italiano, attraverso i suoi vertici, ribadisce che la presenza nell'area non viene meno nella sua interezza, ma che la priorità assoluta rimane l'incolumità di chi indossa l'uniforme.

Una regione impreparata di fronte alla guerra dei droni

L’episodio di Erbil, peraltro, riporta alla luce una cronica carenza del sistema difensivo iracheno: l’assenza di quei sistemi d’allarme tempestivi e capillari che in Ucraina, per esempio, permettono alla popolazione di ripararsi prima dell’impatto dei missili e dei droni russi. In Iraq, nonostante le periodiche vampate di guerra che lo sconvolgono, l’impreparazione tecnologica e organizzativa rimane un dato strutturale. I razzi e gli aeromobili a pilotaggio remoto, che siano sparati dall’Iran o dalle milizie locali sue alleate, spesso colpiscono senza che alcuna sirena abbia avvisato i cittadini. Non è raro, come accaduto in altre circostanze, che le autorità impieghino intere giornate per accertare l’entità del danno ed eventuali vittime. Il teatro iracheno, insomma, si conferma un ambiente operativo complesso e opaco, dove la minaccia è costante ma la sua comunicazione e gestione restano pericolosamente arretrate.

La missione "Prima Parthica" e il contesto dell'attacco

L’operazione "Prima Parthica", nata per addestrare e supportare le forze locali nella lotta contro i residui dell’Isis, si trova ora a fare i conti con una guerra ben più ampia. L’attacco a Camp Singara, un compound che ospita anche reparti statunitensi ed è dotato di sistemi di difesa come i Patriot, è figlio delle tensioni seguite ai raid di fine febbraio contro l’Iran voluti dall’amministrazione Trump. Teheran e i suoi alleati nella regione hanno risposto colpendo interessi americani e israeliani, e in questo scenario anche le basi della coalizione anti-Isis, di cui l’Italia è parte, diventano obiettivi sensibili. Il colonnello Pizzotti, dal canto suo, ha garantito che tutti i militari sono al sicuro, ma ha anche descritto una situazione di allarme prolungato che ha tenuto i soldati nei bunker per molte ore, in attesa che gli artificieri mettessero in sicurezza l’area per poter accertare l’entità dei danni. Un quadro che, al netto delle rassicurazioni, restituisce la misura di quanto il fronte sia vicino.

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