L’attacco alla base italiana di Erbil, le milizie sciite irachene e il progressivo dislocamento dei soldati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella notte fra l’11 e il 12 marzo un drone, molto probabilmente un modello Shahed capace di volare radente al suolo per eludere i radar, ha centrato il Campo Singara, la base italiana situata all’interno del perimetro dell’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’esplosione, avvenuta intorno alle 00.40 ora locale mentre i militari erano già da ore al riparo nei bunker a seguito di un allarme lanciato nella serata precedente, ha distrutto il locale ristorante chiamato “Il Fortino” e danneggiato alcuni automezzi in sosta, ma non ha provocato vittime né feriti tra i soldati italiani, come confermato dal comandante del contingente nazionale della missione “Prima Parthica”, colonnello Stefano Pizzotti, che ha voluto rassicurare le famiglie sul morale della truppa, definito comunque alto nonostante la prolungata permanenza nei rifugi e la difficoltà di quantificare con precisione, nelle ore immediatamente successive, l’entità dei danni materiali.

La base di Camp Singara, dove operano circa trecento militari italiani con compiti prevalentemente addestrativi a favore delle forze di sicurezza curde, i peshmerga, su richiesta del governo iracheno, si trova in un comprensorio che ospita anche altre componenti della coalizione internazionale, inclusa quella statunitense, e rappresenta da tempo un obiettivo sensibile nel quadro delle tensioni regionali. Le prime ricostruzioni, suffragate da fonti diplomatiche e di intelligence locali citate dalla stampa, indicano che la provenienza dell’ordigno non sia necessariamente da ricondursi a un lancio diretto dall’Iran, quanto piuttosto all’azione delle milizie sciite irachene a esso alleate, tra le quali figurerebbero gruppi come i Kataib Hezbollah o i Guardiani del sangue, formazioni bene armate e finanziate, capaci di agire autonomamente sul terreno e determinate a colpire gli interessi occidentali per forzare un ritiro delle forze straniere dal paese.

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato da una testata televisiva nazionale, ha definito l’episodio come un attacco deliberato e non accidentale, sottolineando come la base di Erbil fosse già stata fatta oggetto di tentativi di incursione nei giorni precedenti e come, per questa ragione, le misure di sicurezza fossero state tempestivamente innalzate, con il personale che si era già posizionato nelle aree protette molto prima dell’impatto. Sempre Crosetto ha fornito dettagli sul piano di rientro parziale dei contingenti, una manovra definita in gergo tecnico come “dislocamento” piuttosto che come ritiro definitivo, che ha visto il rientro in Italia di 102 unità, lo spostamento di una quarantina di militari in Giordania e la pianificazione per i restanti 141 soldati, un’operazione complessa che dovrà avvenire via terra attraverso la Turchia, non essendo possibile organizzare un ponte aereo diretto in condizioni di sicurezza.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha espresso il più profondo cordoglio alla Francia per la morte di un suo militare, rimasto vittima in un diverso attacco sempre nella regione di Erbil, e ha rivolto un pensiero di pronta guarigione agli altri feriti, ribadendo l’impegno italiano, al fianco dei partner internazionali e dei paesi del Golfo maggiormente colpiti dall’escalation, per promuovere un allentamento della tensione e lavorare affinché la pace e la stabilità possano essere ristabilite, sebbene le dichiarazioni pubbliche della nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, nel suo primo discorso ufficiale abbiano invece minacciato la chiusura dello Stretto di Hormuz e ribadito la necessità di chiudere tutte le basi statunitensi nell’area, alimentando ulteriormente un clima di incertezza.

L’ombale lunga delle milizie filo-iraniane e le difficoltà di difesa

La dinamica dell’attacco ha messo in luce le vulnerabilità del sistema di protezione delle basi alleate in Iraq, un paese che, a differenza dell’Ucraina, non dispone di una rete integrata di allarme rapido in grado di avvisare la popolazione e i contingenti con largo anticipo attraverso sirene o applicazioni cellulari, costringendo spesso le autorità a lunghi accertamenti per stabilire l’entità dei danni e le eventuali vittime solo dopo che i razzi e i droni sono già esplosi. La scelta di utilizzare un velivolo senza pilota a bassa quota, una tattica sperimentata sul fronte ucraino per confondere le difese radar e colpire con precisione, ha permesso al drone di superare le contromisure e centrare l’area italiana, sollevando interrogativi sulla necessità di dotare le postazioni di sistemi d’arma più efficaci specificamente progettati per la neutralizzazione di questa tipologia di minaccia, come del resto suggerito da analisti militari intervistati dalla stampa.

Parallelamente all’attacco contro la base italiana, il cielo di Erbil è stato teatro di numerose altre incursioni, con l’ambasciata statunitense nella cosiddetta “zona verde” di Baghdad fatta oggetto di tiri e con sei soldati francesi rimasti feriti in un diverso episodio nei dintorni della città curda, segno di una campagna coordinata e sistematica che mira a colpire tutti i paesi della coalizione presenti sul territorio. La situazione si inserisce in un quadro regionale incandescente, caratterizzato da raid aerei americani contro basi delle stesse milizie sciite nei pressi di Mossul e Kirkuk, che avrebbero causato una cinquantina di vittime nei giorni precedenti all’attacco a Camp Singara, innescando una pericolosa spirale di rappresaglie che rischia di travolgere gli alleati europei, i quali non sarebbero stati preventivamente informati dall’amministrazione Trump dell’imminenza di operazioni su larga scala contro l’Iran.

La missione “Prima Parthica” e il nodo della presenza internazionale

Il contingente italiano opera in Iraq dal 2014 nell’ambito dell’operazione “Prima Parthica”, inserita nel più ampio dispositivo della coalizione internazionale anti-Isis, con compiti che spaziano dall’addestramento delle forze di sicurezza locali al supporto logistico e alla cooperazione civile-militare, concentrandosi in particolare su tre campi di addestramento dove vengono tenuti corsi per i peshmerga che riguardano il combattimento urbano, l’uso di tiratori scelti e la gestione dell’ordine pubblico. Il ruolo di Camp Singara, situato in una zona cerniera tra Siria, Turchia e Iran, è quindi strategico non tanto per capacità offensive quanto per il suo valore di hub addestrativo e di raccordo con le autorità curde, e colpirlo significa minare uno dei capisaldi della presenza occidentale nel nord del paese, un’area che sinora era rimasta relativamente ai margini dello scontro diretto tra Israele, Stati Uniti e Iran.

Fonti curde e occidentali citate da alcuni quotidiani suggeriscono che il numero complessivo di droni e razzi lanciati verso il Kurdistan iracheno nelle ultime ore superi le trecento unità, e che la maggior parte di questi non provenga direttamente dal territorio iraniano ma da basi controllate dalle milizie sciite all’interno dell’Iraq stesso, un dettaglio che complica ulteriormente la risposta diplomatica e militare, poiché costringe a confrontarsi con una galassia di attori locali fortemente radicati e formalmente parte del tessuto sociale e politico iracheno. Di fronte a questa escalation, il governo italiano ha avviato un progressivo sfoltimento della sua presenza, riducendo il personale a Erbil da oltre trecento unità a poco più di cento e abbandonando postazioni secondarie come quella di Solimanyeh, in quella che appare come una ritirata ordinata ma silenziosa, condotta con la massima discrezione per evitare di offrire ulteriori bersagli propagandistici a chi chiede l’espulsione delle forze straniere.

Le parole del ministro Crosetto, il quale ha sottolineato come questa guerra dimostri che stabilizzare queste aree è cruciale perché ogni volta che la regione si infiamma ondate di danni raggiungono le nostre case anche se i teatri sembrano lontani, riecheggiano in un contesto in cui l’Unione Europea cerca di coordinare una risposta comune, con l’Alto rappresentante Kaja Kallas che chiederà ai Ventisette di contribuire con nuove risorse alla missione Aspides per proteggere la navigazione nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, mentre da Teheran arrivano accuse di complicità verso l’Occidente e smentite circa presunti negoziati riservati con Italia e Francia per garantire il passaggio delle proprie navi.

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