Drone contro la base italiana di Erbil, la rivendicazione delle milizie filo-iraniane e la conferma di Crosetto: “Attacco deliberato”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte tra mercoledì e giovedì ha portato con sé un’escalation di tensione che difficilmente potrà essere ignorata, considerato l’oggetto del contendere: un drone, molto probabilmente un modello Shahed di fabbricazione iraniana o comunque riconducibile a quell’area tecnologica, ha centrato in pieno la base italiana di Camp Singara, situata nel perimetro dell’aeroporto internazionale di Erbil, nel cuore del Kurdistan iracheno. Il velivolo senza pilota, la cui traiettoria è ancora al vaglio degli inquirenti militari, ha impattato contro le infrastrutture del contingente tricolore, distruggendo un mezzo logistico e provocando un incendio che è stato domato in tempi relativamente brevi dalle squadre di sicurezza interne, le quali, è bene sottolinearlo, hanno operato in condizioni di preallarme già dalle 20:30 ora locale. Il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti, ha riferito di aver seguito le procedure standard, mettendo immediatamente al riparo tutti i suoi uomini nei bunker sotterranei, una precauzione che si è rivelata salvifica dato che non si registrano, fortunatamente, né vittime né feriti tra le file italiane. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato in merito, non ha avuto esitazioni nel definire l’accaduto: si è trattato di un gesto intenzionale, mirato, e non di un errore di calcolo. "Assolutamente sì, quella è una base della Nato, quindi anche americana", ha dichiarato il titolare della Difesa, sottolineando come nei giorni scorsi vi fossero già stati tentativi o incidenti simili nell’area, a dimostrazione di un clima di ostilità crescente che coinvolge l’intera coalizione.

Se inizialmente si brancolava nel buio sull’origine del velivolo, e il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva prudentemente parlato di "perplessità" sulla matrice dell’attacco, nel corso della mattinata sono emersi elementi che delineano un quadro più chiaro, seppur preoccupante. Un gruppo armato sciita, noto con il nome di Saraya Awliya al-Dam (SAD), ha infatti diffuso in rete un video di rivendicazione, mostrando le fasi di preparazione dei droni e indicando su una mappa i bersagli colpiti, tra cui proprio la base Harir — che è il nome che gli americani utilizzano per lo stesso comprensorio — dove sono schierati i militari italiani. Si tratta di una fazione già nota per i suoi raid contro le forze statunitensi nel nord dell’Iraq, legata a Saib Ahl al-Haq e, più in generale, all’orbita di Teheran; il che, se confermato, renderebbe l’attacco un messaggio politico diretto non solo a Roma ma all’intera architettura di difesa occidentale presente nella regione. Tajani, nel frattempo, ha avuto modo di aggiornare il Parlamento durante il Question Time al Senato, riferendo di essere stato in costante contatto con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e con l’ambasciatore italiano a Baghdad, oltre che con il console generale a Erbil, per monitorare ogni singola evoluzione di una situazione che resta fluida e potenzialmente instabile.

La dinamica dell’attacco e il fattore umano: la prontezza dei soldati italiani

Ciò che emerge con chiarezza dalle comunicazioni ufficiali del Ministero della Difesa è l’efficacia delle misure di sicurezza adottate nelle ore precedenti l’impatto. Il contingente italiano, composto attualmente da circa 141 militari dopo un parziale ridislocamento che ha visto il rientro in patria di 102 unità e il trasferimento di una quarantina in Giordania, era stato messo in stato di allerta a causa delle accresciute tensioni nell’area, un avviso che ha permesso di attivare tempestivamente i protocolli di emergenza. Il colonnello Pizzotti, visibilmente provato ma determinato, ha spiegato in un video diffuso dallo stesso dicastero che l’allarme era scattato già diverse ore prima, consentendo a tutti i soldati di raggiungere i rifugi e di mettersi in sicurezza prima che il drone esplodesse, provocando danni materiali che, per quanto al momento non quantificabili con esattezza, sembrano circoscriviti ad alcune strutture e a materiale bellico. "Siamo stanchi ma il morale è alto", ha voluto rassicurare il comandante, rivolgendosi idealmente alle famiglie dei suoi uomini, un messaggio che mira a tenere alta l’attenzione senza cedere al panico, in un contesto in cui la professionalità e l’addestramento ricevuto fanno la differenza tra una tragedia e un semplice incidente di percorso.

La risposta politica e le misure per la sicurezza del personale

Sul fronte politico-diplomatico, la macchina dello Stato si è mossa con rapidità per gestire le conseguenze di un evento che il ministro Tajani ha definito "grave e inaccettabile", esprimendo ferma condanna e, al contempo, gratitudine verso i militari per il servizio reso alla nazione. Nel corso di un punto stampa alla Farnesina, il capo della diplomazia ha chiarito che, sebbene non sia stato ancora determinato con certezza il punto di lancio del drone — si sospetta comunque che possa essere partito da basi controllate da milizie irachene filo-iraniane — il governo non intende abbassare la guardia. In via precauzionale, e in continuità con quanto già programmato nei giorni scorsi, si procederà a una riduzione del personale dell’ambasciata a Baghdad e del consolato a Erbil, una scelta dettata da ragioni di sicurezza che mira a limitare l’esposizione di civili italiani in un contesto regionale divenuto improvvisamente più ostile. La premier Meloni, dal canto suo, ha seguito personalmente l’evolversi della vicenda, assicurando solidarietà e vicinanza ai soldati, rimasti illesi ma inevitabilmente scossi da un attacco che, per la sua natura deliberata, segna un punto di svolta nei rapporti tra l’Italia e le milizie presenti nel territorio. Resta ora da capire se la coalizione internazionale, alla luce di quanto accaduto, modificherà il proprio posture difensiva, in un’area dove gli interessi di Teheran e quelli occidentali continuano a scontrarsi senza esclusione di colpi.

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