Il mosaico Iraq può finire ancora in pezzi sotto gli attacchi delle milizie sciite

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono attacchi che fanno meno rumore, nella vasta conflagrazione che da settimane infiamma il Medio Oriente, ma che rischiano di risucchiare l’Iraq in quel perenne stato di disordine nel quale il Paese si è dibattuto negli ultimi quarantacinque anni della sua storia. Decine di azioni, sferrate a partire dal territorio iracheno da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la campagna aerea contro l’Iran, hanno preso di mira obiettivi legati alla presenza americana e non solo. Sciami di razzi o droni, scagliati dalle milizie sciite affiliate a Teheran, hanno centrato le basi militari e gli uffici di rappresentanza statunitensi, ma anche gli accampamenti dei curdi iraniani in attesa – fra molte ambiguità – di un segnale per innescare una guerriglia nel nord del Paese, senza risparmiare i Paesi confinanti.

L’escalation, che ha visto il succedersi di lanci quasi quotidiani, ha trovato una sua precisa rivendicazione in un video diffuso nelle ultime ore dal gruppo Saraya Awliya al-Dam, una sigla già nota per operazioni condotte contro le forze della coalizione. Le immagini, pubblicate sui canali social solitamente utilizzati dalla galassia paramilitare sciita, mostrano con dovizia di particolari la preparazione di due droni militari e l’indicazione, su una mappa, dei bersagli colpiti: la Victoria Base presso l’aeroporto internazionale di Baghdad e la Harir Air Base, situata nei pressi di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Un cartello scritto a mano, esibito da un miliziano dal volto coperto, sigilla la responsabilità dell’operazione, confermando come il fronte iracheno rappresenti ormai un tassello organico e strutturato nel più ampio scontro in corso tra la Repubblica Islamica e l’alleanza guidata da Washington.

La neutralità impossibile di Baghdad tra gli ingombranti «alleati» Iran e Usa

Mohammed Shia Al Sudani, premier iracheno e comandante in capo delle forze armate, aveva tentato in tutti i modi di tenere il suo Paese fuori dal conflitto innescato dalle operazioni israelo-americane contro l’Iran. Nei giorni scorsi, aveva pubblicamente ammonito le milizie irachene alleate di Teheran affinché desistessero dal lanciare attacchi contro le postazioni statunitensi, affidando la propria autorevolezza all’influenza sui combattenti sciiti dell’ayatollah Ali Sistani. Quest’ultimo, dopo l’uccisione di Ali Khamenei, è divenuto la principale autorità sovranazionale dello sciismo duodecimano, in attesa che la nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, consolidi il proprio ruolo come punto di convergenza per dottrina, organizzazione e lotta armata.

La realtà sul campo, tuttavia, sembra muoversi in direzione opposta rispetto agli appelli alla moderazione. Il gruppo Saraya Awliya al-Dam, che secondo le analisi del Washington Institute funge da schermo per formazioni più strutturate come Asaib Ahl al Haq, Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al Shuhada, ha infatti dichiarato che gli attacchi rappresentano un preciso “dovere religioso” e un atto di “sostegno alla Repubblica Islamica dell’Iran”, nonché una vendetta per il sangue del leader Khamenei. L’utilizzo di sigle minori o temporanee per rivendicare le operazioni, come spiegano gli esperti, è una strategia collaudata per permettere ai gruppi più strutturati di evitare ritorsioni dirette, mantenendo al contempo alta la capacità di comunicare e pubblicizzare la propria azione militare.

I droni kamikaze sulla “cittadella” militare rivendicati dalle milizie sciite

I cieli del Kurdistan iracheno, e in particolare l’area intorno all’aeroporto internazionale di Erbil, sono diventati uno dei teatri più caldi di questa guerra ombra. La maggior parte dei droni kamikaze lanciati in direzione dello scalo, che ospita un hub della coalizione internazionale dove è presente anche il contingente italiano della missione addestrativa, non è però arrivata a destinazione grazie all’intervento dei sistemi antimissile americani. Fonti curde hanno confermato che le difese aeree sono state attivate prontamente, riuscendo a intercettare e distruggere in volo diversi velivoli senza pilota carichi di esplosivo, scongiurando vittime e danni significativi.

Nonostante l’efficacia delle contromisure, la frequenza e la determinazione degli attacchi rivelano un dato inequivocabile: le milizie sciite irachene, lungi dall’essere state messe in riga dal governo centrale, hanno ormai aperto un fronte interno che corre parallelo alle rappresaglie iraniane contro obiettivi negli Emirati Arabi o in Qatar e alle petroliere in fiamme nello Stretto di Hormuz. La scelta di colpire basi logistiche e aeroportuali, come quella di Erbil dove hanno sede forze americane e di altri Paesi Nato, indica una strategia precisa volta a logorare la presenza occidentale e a dimostrare la capacità di proiettare potenza al di fuori dei tradizionali feudi sciiti del sud.

Milizie sciite e attacchi alle basi Usa: la guerra ombra degli ayatollah in Iraq

All’interno del conflitto regionale cominciato il 28 febbraio in Medio Oriente, esiste quindi un fronte ombra, quello iracheno, che fa meno notizia degli scambi di colpi tra Iran e Israele o degli attacchi missilistici contro le infrastrutture energetiche del Golfo. Ciò che accade nel Paese liberato nel 2003 dalla dittatura di Saddam Hussein e avviato, dopo anni di guerra civile, a un lento e difficile cammino verso la democrazia, va inquadrato in uno scontro non meno decisivo di quello che si sta svolgendo lungo le coste del Golfo Persico. È lo scontro, cioè, tra la potenza sciita iraniana che – nonostante la decapitazione dei suoi vertici – sta dimostrando una resistenza superiore alle previsioni degli strateghi del Pentagono, e le forze statunitensi intenzionate a negare l’influenza della Repubblica Islamica su Baghdad e dintorni.

I numeri parlano chiaro: solo nei primi giorni dopo l’inizio dell’operazione contro Teheran, la cosiddetta Resistenza Islamica in Iraq, un ombrello che coordina le principali fazioni armate filo-iraniane, aveva rivendicato sedici attacchi con decine di droni contro “basi nemiche in Iraq e nella regione”. Una pioggia di fuoco che ha preso di mira non solo installazioni militari, ma anche la rappresentanza diplomatica statunitense a Baghdad, oggetto di lanci di razzi Katyusha. L’obiettivo dichiarato da gruppi come Kataib Hezbollah è quello di “trascinare gli Stati Uniti in una lunga guerra di logoramento”, un’ammissione di intenti che lascia presagire un’escalation prolungata e la volontà di non lasciare “nessuna presenza americana nella regione, specialmente in Iraq”.

Description: Le milizie sciite irachene intensificano gli attacchi con droni contro le basi americane a Erbil e Baghdad, trascinando l'Iraq nel conflitto tra Usa e Iran.

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