Baghdad, l’ambasciata Usa lancia l’allarme: “Attacchi delle milizie imminenti”
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Redazione Esteri
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Baghdad si stringe nuovamente nella morsa della paura, quella stessa paura che – è bene ricordarlo – questa terra conosce fin troppo bene. L’ambasciata degli Stati Uniti, situata nel cuore pulsante della capitale irachena, ha diramato nelle scorse ore un avviso di sicurezza tanto secco quanto inquietante: le milizie filo-iraniane, quelle che di fatto trasformano l’Iraq in un campo di battaglia per procura, potrebbero scatenare attacchi contro il centro della città nel giro delle prossime 24-48 ore. L’avvertimento, pubblicato sul canale X dell’ente diplomatico, non lascia spazio a fraintendimenti, descrivendo una situazione in cui il governo iracheno, nonostante le rassicurazioni verbali, sembra non aver ancora trovato il modo (o forse la volontà) di arginare la minaccia proveniente dai gruppi armati che operano impunemente sul suo territorio.
Se Donald Trump, ora di nuovo alla guida della Casa Bianca, e Benjamin Netanyahu avessero mai pensato di chiedere consiglio agli iracheni prima di innescare l’ultima escalation contro l’Iran, forse si sarebbero resi conto di un’amara verità: qui non esistono soluzioni militari veloci. L’Iraq, che condivide un confine di 1.600 chilometri con il regime degli Ayatollah, ne è la prova vivente. La sua storia recente, a partire dal settembre del 1980 quando un giovane Saddam Hussein decise di aggredire Teheran con la tacita soddisfazione di Washington (allora ancora profondamente ferita per la questione degli ostaggi nell’ambasciata americana di Teheran), racconta di una realtà complessa che vanifica ogni illusione di vittorie lampo. Oggi, come ieri, il Paese si ritrova schiacciato tra due fuochi amici: un’ambigua fedeltà a Washington e un legame ombelicale, fatto di sangue e ideologia, con le milizie sciite vicine all’Iran.
L’ambiguità delle Forze di mobilitazione popolare
Nel mirino delle ultime operazioni israelo-americane – che si stanno intensificando parallelamente ai bombardamenti sul territorio iraniano – sono finite proprio le Unità di Mobilitazione Popolare (Pmu), note anche come Hashd al-Shaabi. Parliamo di un esercito paramilitare nato nel 2014 per combattere lo Stato Islamico, il quale formalmente fa parte dell’esercito regolare iracheno ma che nella pratica gode di una pericolosa indipendenza, essendo direttamente collegato alle direttive di Teheran. Gli attacchi, che hanno preso di mira distaccamenti nella provincia di Baghdad (come la roccaforte di Jurf al Sakhar, roccaforte di Kataib Hezbollah), nel nord-ovest a Ninive e nel sud del Paese, hanno già fatto registrare vittime tra i ranghi delle Pmf e le forze di polizia irachena. Secondo i dati diffusi dalla stessa commissione delle Pmf, le loro posizioni sono state colpite oltre ottanta volte dall’inizio della guerra, un stillicidio di violenza che ha decimato i ranghi dei gruppi filo-iraniani.
Il fantasma del rapimento e la caccia alla giornalista
A rendere l’atmosfera ancora più surreale e tesa, contribuisce il recente rapimento della giornalista statunitense Shelly Kittleson, avvenuto in pieno centro a Baghdad. Le autorità irachene hanno confermato che le ricerche sono in corso, mentre i sospetti degli investigatori (e delle stesse agenzie americane) si sono rapidamente concentrati su Kataib Hezbollah, una delle fazioni più potenti e vicine all’Iran, sospettata di essere dietro la scomparsa della cronista. Le milizie, avverte l’ambasciata, hanno preso di mira cittadini americani anche per rapimenti, e chi decide di restare – lo si legge tra le righe del comunicato – lo fa assumendosi un rischio altissimo. In questo scenario, dove le diplomazie parlano il linguaggio dei droni e i civili tremano all’ombra di un conflitto che non hanno scelto, l’Iraq conferma il suo triste ruolo: quello di un arbitro disarmato in una guerra combattuta da altri.




