Vertice di 35 paesi su Hormuz e l’allarme di Baghdad: “via dall’Iraq, rischio attentati in 48 ore”
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Redazione Esteri
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Il governo americano, attraverso un avviso di sicurezza diffuso dall’ambasciata a Baghdad, ha esortato i propri cittadini a lasciare immediatamente il territorio iracheno. La comunicazione – arrivata due giorni dopo il rapimento di una giornalista statunitense, circostanza che ha ulteriormente inasprito la percezione del pericolo – parla chiaro: “gruppi di milizie terroristiche irachene alleate con l’Iran” potrebbero organizzare azioni violente nel centro della capitale entro le prossime 24-48 ore. La rappresentanza diplomatica americana, nel dettaglio, ha specificato che gli obiettivi potenziali includono non solo i singoli cittadini degli Stati Uniti, ma anche aziende, scuole, infrastrutture energetiche, hotel, aeroporti, istituzioni irachene e qualsiasi sito civile che venga percepito come legato a Washington. È una mappa dell’allarme che non lascia spazio a interpretazioni riduttive, e che si inserisce in un quadro regionale già infiammato da altre, concomitanti, tensioni.
La minaccia di Teheran e l’attacco israeliano alla capitale iraniana
Proprio mentre l’ambasciata americana diramava quell’avvertimento, le cronache internazionali registravano due fatti di portata notevole. Da un lato, le forze di difesa israeliane (Idf) hanno condotto vasti attacchi contro Teheran, la capitale della Repubblica islamica, senza che al momento siano stati forniti dettagli su obiettivi specifici o sull’entità dei danni. Dall’altro, il New York Times – citando fonti dell’intelligence statunitense – ha rivelato che in Iran, allo stato attuale, non esisterebbe alcuna volontà politica di avviare o anche solo ipotizzare una tregua. È un atteggiamento che trova un riscontro immediato nella dichiarazione ufficiale delle autorità di Teheran, le quali si sono dette “pronte a risposte devastanti” per qualunque azione ritenessero ostile. Non si tratta, leggendo tra le righe dei comunicati, di una generica esortazione retorica: il termine “devastanti” suggerisce una pianificazione operativa già in fase avanzata.
Il vertice di 35 paesi sullo stretto di Hormuz e il nodo della sicurezza collettiva
In tarda mattinata – secondo quanto si apprende dalle agenzie – si è tenuta una riunione straordinaria che ha coinvolto 35 paesi, con l’ordine del giorno incentrato sulla situazione critica nello stretto di Hormuz. Quel passaggio marittimo, cruciale per i traffici petroliferi globali, diventa così il teatro simbolico di una contrapposizione che rischia di tracimare ben oltre i confini iracheni o persiani. I 35 partecipanti al vertice hanno discusso misure di sicurezza, ma nessuna dichiarazione congiunta è ancora stata diffusa; ciò che trapela, invece, è il senso di urgenza che ha spinto tante capitali a sedersi attorno a un tavolo virtuale (o fisico, non è chiaro) per cercare di arginare una crisi i cui sviluppi appaiono imprevedibili. L’ambasciata Usa, nel suo allarme, aveva già ricordato come “l’Iran e le milizie a esso alleate hanno condotto numerosi attacchi contro cittadini americani e obiettivi legati agli Stati Uniti in varie parti dell’Iraq, inclusa la Regione del Kurdistan iracheno”. Un’elencazione, quella dei raid passati, che serve a contestualizzare la minaccia imminente.
L’avviso dell’ambasciata: obiettivi civili e infrastrutture nel mirino
L’esortazione a lasciare l’Iraq – formulata senza mezzi termini – si basa su un’analisi della minaccia che l’ambasciata stessa definisce “credibile”. Gli autori dei possibili attentati, secondo il testo dell’avviso, sono “milizie filo-iraniane” operanti sul territorio iracheno, le quali avrebbero già individuato alcuni dei bersagli menzionati: alberghi frequentati da stranieri, aeroporti, scuole internazionali e persino le infrastrutture energetiche, la cui messa fuori uso paralizzerebbe ampie porzioni del paese. Chi si trovasse ancora a Baghdad nelle prossime ore, avverte la nota diplomatica, dovrebbe evitare spostamenti non essenziali e tenersi lontano dalle aree istituzionali o commerciali più esposte. Si tratta di un quadro che richiama alla memoria altre fasi acute del conflitto iracheno, sebbene le dinamiche attuali – con un’amministrazione Trump tornata alla Casa Bianca e una strategia israeliana sempre più interventista – presentino elementi di novità non trascurabili. La giornalista rapita due giorni fa, il cui nome non è stato reso pubblico dalle fonti ufficiali, rappresenta forse l’avvisaglia più concreta di una stagione di violenza che molti osservatori ritenevano sopita.




