Nuovo attacco con droni all’ambasciata Usa a Baghdad, eluse le difese e scoppiato un incendio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte scorsa, per la seconda volta nel giro di poche ore, l’ambasciata degli Stati Uniti situata nella cosiddetta Zona Verde di Baghdad è finita nel mirino di un attacco con droni e razzi, un’offensiva che ha visto i proiettili penetrare il perimetro di sicurezza e provocare un rogo all’interno della struttura. Fonti della sicurezza irachena, citate da diverse agenzie internazionali, hanno confermato che un drone è riuscito a eludere il sistema di difza C-RAM, il sistema di intercettazione progettato per abbattere razzi e proiettili di artiglieria, andando a cadere nelle immediate vicinanze della recinzione che delimita l’area diplomatica. Un secondo ordigno, un drone secondo le prime ricostruzioni, sarebbe invece stato diretto contro un centro logistico e diplomatico statunitense nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale irachena, sebbene in quel caso si parli di un velivolo abbattuto prima che potesse colpire il bersaglio.

A rendere la situazione particolarmente tesa è la sequenza temporale degli eventi, che ha visto susseguirsi due ondate distinte. La prima era iniziata intorno alle 19 del 17 marzo e aveva già preso di mira il compound americano con razzi, allarmando le difese e tenendo la città con il fiato sospeso; la seconda, ben più preoccupante per l’esito, è avvenuta nelle ore successive, quando un drone è piombato nei pressi della recinzione e l’esplosione che ne è seguita ha innescato un incendio. Immagini diffuse sui social network e poi riprese da testate come Reuters mostrano il bagliore nel cielo notturno e il conseguente rogo, testimonianza visiva di come la minaccia proveniente dalle milizie filo-iraniane sia diventata, in queste ore, estremamente concreta e ripetuta nel tempo. Per il momento, non si hanno notizie ufficiali riguardo a vittime o feriti, ma la dinamica dell’accaduto ha inevitabilmente rialzato il livello d’allarme.

La rivendicazione delle milizie e il contesto di tensione

La responsabilità delle offensive è stata rivendicata dalle milizie irachene vicine all’Iran, le stesse che da tempo conducono un’azione di disturbo e di pressione militare contro quelle che considerano basi e interessi stranieri sul suolo iracheno. Già poche ore prima del secondo raid, un portavoce di Kataeb Hezbollah, una delle fazioni più influenti tra quelle che rispondono a Teheran, aveva diffuso una dichiarazione inequivocabile nella quale si chiedeva il ritiro di ogni “soldato straniero” dal paese, accusando la presenza americana di essere la causa primaria dell’instabilità che attanaglia l’Iraq. “La sicurezza non sarà raggiunta fino a quando l’ultimo soldato straniero non avrà lasciato il territorio iracheno”, si leggeva nel comunicato, un’affermazione che suona come una minaccia e un programma politico-militare allo stesso tempo.

Il premier iracheno, Mohammed Shia al-Sudani, ha immediatamente condannato l’accaduto, definendolo un “vergognoso attacco terroristico” portato avanti da “gruppi fuorilegge” dei quali non ha fatto i nomi, e ha ordinato alle forze di sicurezza di non mostrare indulgenza nella caccia ai responsabili. Tuttavia, la sua capacità di controllo su queste milizie, che formalmente fanno parte del panorama delle forze paramilitari integrate nello Stato ma di fatto rispondono a logiche e catene di comando parallele, appare quanto mai limitata in questa fase di conflitto regionale allargato. Il contesto, infatti, è quello di una guerra più ampia che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran, iniziata a fine febbraio e che ha già trasformato l’Iraq in un teatro di scontro secondario ma non per questo meno violento.

La risposta americana e la chiusura dello spazio aereo

Di fronte a questa escalation, la risposta degli Stati Uniti, con il presidente Trump alla Casa Bianca, non si è fatta attendere, sebbene si sia concentrata soprattutto sugli aspetti procedurali e di sicurezza immediata per i propri cittadini. Il Dipartimento di Stato, per bocca del segretario Marco Rubio, ha ribadito che la priorità assoluta resta l’incolumità degli americani, e l’ambasciata a Baghdad, insieme a quella di Erbil, ha sospeso tutti i servizi consolari di routine, limitandosi alla gestione delle emergenze. Il messaggio per i connazionali ancora presenti in Iraq è stato categorico e ripetuto in diversi alert di sicurezza: “Lasciate l’Iraq ora”.

A rendere l’evacuazione complessa è la situazione dello spazio aereo iracheno, ufficialmente chiuso ai voli commerciali a causa del pericolo rappresentato da missili e droni in continuo movimento. I cittadini americani sono quindi stati invitati a pianificare la fuga via terra, attraverso i valichi di frontiera con la Giordania, l’Arabia Saudita, il Kuwait e la Turchia, mettendo in conto lunghe attese e possibili complicazioni burocratiche. La chiusura dello spazio aereo e gli attacchi ripetuti contro obiettivi diplomatici rappresentano un salto di qualità nel confronto in corso, spostando il fronte dalla linea del combattimento aperto a quella della guerriglia urbana e della messa in discussione della presenza stessa delle ambasciate, che diventano così avamposti da assediare più che luoghi di dialogo.

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