Iraq, il voto che conferma il sistema della muhasasa
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Redazione Esteri
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Le elezioni parlamentari irachene, le settime dall'epilogo del regime di Saddam Hussein, hanno disegnato un quadro politico il cui esito, al di là dei numeri, ratifica la persistenza di un sistema di potere lontano dai canoni della democrazia occidentale. Il cosiddetto muhasasa, un meccanismo consociativo che ripartisce il potere e le risorse dello Stato tra élite prevalentemente confessionali e tribali, si è dimostrato ancora una volta l'architettura portante della governance nazionale, un retaggio che continua a plasmare le dinamiche di Baghdad nonostante il passare degli anni e il regolare ritorno alle urne. L'appello al boicottaggio lanciato dal Movimento nazionale sciita di Moqtada Sadr, che nel precedente turno elettorale si era affermato come la forza più votata, non ha sortito l'effetto sperato, fallendo nel suo intento di delegittimare un processo considerato da molti come inherentemente viziato.
Un parlamento frammentato e la sfida della maggioranza
I risultati provvisori hanno indicato la coalizione Ricostruzione e sviluppo, guidata dallo sciita Mohammed Shia al-Sudani, come la lista più votata a livello nazionale. Questo successo relativo, tuttavia, non si traduce in un'automatica riconferma per l'attuale primo ministro, poiché la formazione di un esecutivo in Iraq richiede la costruzione di un'ampia intesa parlamentare, la quale deve raggiungere una maggioranza qualificata di quasi due terzi dei 329 seggi. I 46 seggi ottenuti dalla lista di al-Sudani, seppur significativi, sono ben lontani da quella soglia critica, configurando uno scenario in cui nessun blocco politico possiede i numeri per governare in autonomia. La frammentazione dell'assemblea legislativa, del resto, è un dato ricorrente che trasforma ogni legislatura in un complesso puzzle di mediazioni e negoziati, i quali si prolungano spesso per mesi.
Le intricate geometrie del potere sciita
La competizione per la guida del governo, un ruolo che per consuetudine spetta a un esponente della componente sciita, si annuncia particolarmente articolata. La scelta del nome del futuro premier e la tessitura delle alleanze necessarie a sostenerlo non sono processi che si svolgono esclusivamente nell'agorà politica irachena, ma risentono di influenze e dinamiche che travalicano i confini nazionali, con Teheran che mantiene un peso non trascurabile nelle decisioni di Baghdad. La composizione del nuovo esecutivo, dunque, non sarà semplicemente il riflesso del verdetto delle urne, bensì il prodotto di un calcolo politico più ampio, che dovrà tenere conto di equilibri interni e di relazioni internazionali fondamentali, in primis quella con Washington.
Il retaggio di un conflitto costruito su premesse fallaci
Lo scenario politico contemporaneo affonda le sue radici in un passato la cui narrazione è stata costruita su fondamenta di menzogne, le quali tendono ad essere rimosse dalla memoria collettiva. La prima di queste, che giustificò l'intervento militare, sosteneva l'esistenza di armi di distruzione di massa in possesso dell'Iraq di Saddam Hussein, mentre la seconda insisteva su una presunta connessione tra il regime baathista e l'organizzazione terroristica di Al Qaeda. Eventi tragici, come la strage dei militari italiani a Nassiriya, vengono così spesso commemorati svincolandoli dal contesto storico-politico che li ha generati, quasi fossero il frutto di un cataclisma improvviso e imprevedibile, piuttosto che l'esito di calcoli geopolitici basati su informazioni inesatte.




