Erbil, notte di allarme nei bunker italiani: “Siamo ancora qui, la minaccia non è finita”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il cielo sopra Erbil, nella notte tra l’11 e il 12 marzo, non regalava stelle ma il sordo ronzio di droni in avvicinamento. Nella base italiana di Camp Singara, cuore operativo della missione “Prima Parthica” nel Kurdistan iracheno, le sirene della coalizione sono echeggiate intorno alle 20.30, quando è scattato l’allarme per una minaccia aerea imminente. I circa trecento militari del contingente, come da procedure ormai rodate dalla tensione continua che da settimane caratterizza la regione, hanno lasciato le loro postazioni per raggiungere in sicurezza i bunker sotterranei. È lì che sono rimasti per ore, blindati nel cemento, mentre fuori il mondo bruciava. Poco prima dell’una di notte, l’impatto: un drone, probabilmente un Shahed di fabbricazione iraniana, si è schiantato all’interno del perimetro della base, provocando danni a infrastrutture e materiali, danni la cui entità, racconteranno poi gli artificieri, non era immediatamente quantificabile a causa della necessità di mettere in sicurezza l’area circostante.

Il racconto di quelle ore, filtrato attraverso le comunicazioni ufficiali e le dichiarazioni del colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente nazionale a Erbil, restituisce l’immagine di una truppa preparata ma costretta a fare i conti con una cecità strategica che in Iraq, a differenza di quanto accade su altri teatri bellici come quello ucraino, rappresenta un’aggravante non da poco. Manca, in questo Paese sconvolto da decenni di conflitti e da periodiche vampate di violenza, un sistema di allerta sofisticato e diffuso: qui i razzi e i droni, prima ancora che le autorità possano diramare un avviso tramite sirene o applicazioni sui telefoni cellulari, scoppiano, e solo in un secondo momento, talvolta dopo intere giornate di incertezza, si riesce a certificare l’entità del danno e l’eventuale presenza di vittime. Una impreparazione tecnologica che lascia i soldati, e con loro i civili, in balia degli eventi, affidati esclusivamente alla protezione passiva dei bunker e alla reattività dei sistemi di difesa interni alla coalizione.

Mentre i militari italiani erano ancora al riparo nei loro rifugi, un secondo attacco, ben più letale, prendeva di mira un’altra installazione nella medesima area, un complesso dove erano presenti forze francesi impegnate in attività di addestramento delle truppe curde. In quel frangente, un militare francese, un sottufficiale del 7º Battaglione Cacciatori Alpini, ha perso la vita, e altri sei suoi commilitoni sono rimasti feriti. Un bilancio che ha immediatamente innalzato il livello di allerta politica. Il presidente francese Emmanuel Macron, nel dare notizia della morte del suo connazionale, ha parlato di attacco “inaccettabile”, sottolineando con forza come la presenza dei suoi soldati in Iraq sia inquadrata rigorosamente nella lotta al terrorismo, una missione che nulla ha a che vedere con il conflitto in corso contro l’Iran e che, pertanto, non può essere usata per giustificare simili azioni.

La risposta di Roma e il “dislocamento” precauzionale

Dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è giunto immediato il cordoglio alla Francia, un messaggio personale e istituzionale di vicinanza alla famiglia del caduto e alle autorità transalpine, accompagnato dall’auspicio di una pronta guarigione per i feriti. Un pensiero, quello della premier, che ha voluto ribadire l’impegno dell’Italia, al fianco dei partner internazionali e dei Paesi del Golfo maggiormente colpiti dall’escalation, per promuovere un allentamento della tensione, lavorando affinché pace e stabilità possano essere ristabilite in un’area che sembra sprofondare sempre più in un baratro senza fondo. Parole che fanno il paio con le decisioni operative già messe in cantiere dal ministro della Difesa, Guido Crosetto.

Non si parla di un ritiro, tengono a precisare fonti militari, ma di un “dislocamento”. In gergo tecnico, significa che i soldati italiani, o almeno una parte di essi, lasceranno progressivamente Camp Singara per essere spostati in sedi ritenute più sicure. Già nelle ore successive all’attacco, un contingente di oltre cento unità è stato fatto rientrare in Italia, mentre una settantina di altri militari sono stati trasferiti in Giordania. Una mossa precauzionale, dettata dall’analisi di una minaccia che, con l’acuirsi del conflitto tra Iran e Israele e i suoi riflessi su tutto il territorio iracheno, è diventata pervasiva e difficile da contrastare solo con le difese passive. La base di Erbil, che ospita anche truppe americane e tedesche, si trova in una posizione geografica complessa, a poca distanza da aree dove la presenza di milizie sciite filo-iraniane è capillare, milizie che, secondo tutte le ricostruzioni, sarebbero le prime indiziate per l’uso di questi droni.

Una guerra ombra combattuta con i droni

La notte di Erbil non è stato un episodio isolato, ma l’ennesimo tassello di una guerra ombra che si combatte a bassa intensità ma con alta frequenza. Nelle stesse ore, il neoeletto leader iraniano ha rivendicato pubblicamente la chiusura dello Stretto di Hormuz come strumento di pressione, mentre Hezbollah, da sud, ha innescato una pioggia di razzi su Israele. In questo scacchiere incandescente, l’Iraq rischia di diventare la principale polveriera, un terreno di scontro dove gli attori locali, manovrati da Teheran, colpiscono le basi della coalizione internazionale con l’obiettivo dichiarato di fiaccarne la presenza e la volontà di rimanere. Il colonnello Pizzotti, nelle sue comunicazioni, ha cercato di rassicurare le famiglie dei suoi uomini, parlando di un morale alto nonostante la stanchezza e la prolungata permanenza nei bunker, e sottolineando come il personale sia addestrato per affrontare anche queste evenienze. Ma l’amarezza per una missione, nata per addestrare i peshmerga contro il terrorismo del sedicente Stato Islamico, che si trova ora a dover fronteggiare una minaccia statuale come quella iraniana e i suoi proxies, resta sullo sfondo, sottotraccia, nelle pieghe di un racconto che parla di procedure e di sicurezza.

Mentre i vertici politici, da Roma a Parigi, si confrontano su come rispondere a queste provocazioni, sul campo la priorità resta la salvaguardia dei soldati. Il trasferimento progressivo del personale, la verifica dei danni alle infrastrutture da parte degli artificieri della coalizione, il monitoraggio costante del cielo: sono questi, oggi, i veri fronti su cui si gioca la partita italiana in Iraq. Un Paese, l’Iraq, che nonostante le ferite ancora aperte e le vampate di guerra che periodicamente lo sconvolgono, si conferma drammaticamente impreparato a gestire la modernità della guerra dei droni, una guerra silenziosa che non chiede il permesso per entrare nello spazio aereo e che lascia dietro di sé solo macerie e la paura di non essere mai abbastanza al sicuro, nemmeno dentro un bunker.

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